Sperimentiamo Amazon Self publishing

Non che io disdegni gli editori classici, per carità, anzi se qualcuno di loro sta leggendo queste righe… adottami immediatamente, ma visto che esiste la possibilità di usare il self publishing perché non provare?

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Il sacro bosco di Bomarzo

Santuari neoplatonici nei Cimini

Santuario

Il vero viaggio era dei pellegrini alla volta d’un santuario. In apparenza s’inerpicavano su per un’erta, ma in realtà stavano sollevandosi al di sopra del mondo; in apparenza entravano nel santuario sulla vetta, ma in realtà penetravano la tenebra abbagliante del divino. Sembrava che percorressero tappe d’un periplo terreno, ma nell’intimo loro era come se s’inoltrassero fra le stelle. Il Cammino di Santiago di Compostela era la Via Lattea, le cattedrali mariane fra Chartres e Laon disegnavano la costellazione della Vergine, il Campo dei Miracoli a Pisa riproduceva il segno dell’Ariete.

Gli antichi tenevano a mente le volte celesti quanto i paesaggi diurni, e sentivano di ogni astro il ritmo come fosse il battito d’una creatura viva. Amavano il cielo, se ne sentivano risucchiare. Tutto ciò che era bello e giusto era astrale, dire d’una persona, d’un luogo che erano stelle esprimeva un’esperienza, una sovrapposizione d’immagini.

I Romani, per denotare il pensare, coniarono con-siderare, stare accanto alle stelle, e de-siderare fu il venir meno alle stelle, provare una mancanza. Santuario era il luogo dove si toccava il cielo col dito. Plinio nel Panegirico di Traiano scriveva che Giove «risiede manifesto e presente tra are e altari, come in cielo e tra le stelle»

Per ripristinare nella fantasia l’aura siderale dei santuari e dei pellegrinaggi, non è consigliabile visitare spoglie cristiane, adulterate. Possono viceversa servire le nude pietre dei templi d’una religione parallela, quella neoplatonica astrale del Rinascimento. Di essa fanno ancora stupendamente fede luoghi come il cortile di Palazzo Spada o la Farnesina. I santuari neoplatonici forse sono ancora oggi visitabili perché non conobbero oltraggi e viltà postume. Così il Sacro Bosco di Bomarzo, nella costellazione mirabile dei templi neoplatonici cimini, può essere accostato, eventualmente in una giornata lievemente piovosa dell’autunno.

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Quattro chiacchiere con… me!

E poi un’amica scrive di te queste cose e tu non ce la fai proprio a non amarla.

Vi presento Alessandro Liggieri e il suo genio ironico*.

Se vi va di leggere qualcosa di veramente diverso e di ridere di gusto durante la lettura di un libro, dovete prendere in mano uno dei testi scritti da Alessandro Liggieri.

Io lo conosco personalmente, come si conosce un collega che si vede quasi tutti i giorni e con il quale saltuariamente si scambia qualche battuta e potrei dirvi che è una persona brillante, dotata, intelligente… e ve lo dico! Senza nessuna remora, perché a mio avviso è così, Alessandro è geniale.

E al suo talento dà forma con le parole.

Parliamo quindi di questo. Di parole rilegate. Io gli chiedo quale libro lo ha segnato e gli ha lasciato qualcosa che non ha più dimenticato e mi risponde:

“Domanda da moltimila euro. Siamo ai livelli di vuoi più bene a mamma o a papà. Che ansia.” E siccome non vuole far torto a nessuno dei due, li cita entrambi:

  • Le avventure di Pinocchio, di Carlo Collodi è stato il libro che a nove anni mi ha insegnato che la lettura può essere qualcosa di più di un compito a casa, di un obbligo. Sono stato allevato tipo gallina in batteria, in un appartamento nel quartiere di Prati a Roma, una specie di prigione e Pinocchio è stato il cucchiaio per scavare il tunnel per la fuga. Mi ha trasformato da pezzo di legno, cioè da coso che reagisce solo, a essere umano, cioè a coso che ha la possibilità di scegliere.  A dirla tutta, la mia rigidità fisica mi fa dubitare di essere uscito completamente dalla legnosità, ma queste sono cose tra di noi, che non vanno spifferate ai quattro venti.”
  • Memorie dal sottosuolo, di Fëdor Dostoevskij poi è stato il libro che a diciotto anni mi ha insegnato che la lettura, oltre a uno svago, può essere anche uno specchio. Un libro senza pietà che mi parlava diretto e mi metteva con le spalle al muro mostrandomi tutta la nullità di cui sono intessuto. Altro che psicanalisi. Costa meno e funziona più o meno bene.”

Poi gli chiedo il libro che ha attualmente sul comodino qual è e dice:

“Sono uno di quei lettori che iniziano molti libri contemporaneamente e ormai ho fatto il grande passo al digitale, perché o uscivo di casa io o smettevo di comprare carta, quindi sul comodino ho solo le pillole per l’alzheimer e il telecomando per cercare il canale dove Panzironi parla della sua cura per tutti i mali del mondo, Life 120. Conoscete? Adoro quell’uomo. È ipnotico, peggio dei telepredicatori, o delle televendite.” Quindi, sul comodino niente libri ma sul Kindle al momento sta leggendo:

  • Il cigno nero, di Nassim Nicholas Taleb
  • Lepanto. La battaglia dei tre imperi, di Alessandro Barbero

Quando infine gli chiedo quale libro ha sempre pensato di dover assolutamente leggere ma non ha ancora avuto modo di prendere in mano, pensa bene di indicarmi i libri che che ha abbandonato, che è più facile elencare:

  • L’ Ulisse, di James Joyce.
  • Il signore degli anelli, di J. R. R. Tolkien.
  • Il Libro rosso, di Carl Gustav Jung.

Ma poi mi fa contenta e continua: “Ho sempre avuto paura dei testi sacri. Dopo un periodo di forte dolore (combo micidiale divorzio +  morte di mia madre), mi sono avvicinato alla meditazione da ateo praticante e non ho potuto evitare di imbattermi in questi testi che avevo sempre evitato.  Ma lo sai che ti dico? Se li pulisci dalla buccia normativo-religiosa (fai questo, fai quello, non ti toccare che diventi cieco – effettivamente ho perso molte diottrie per quel motivo, bisogna essere onesti) sono manuali di felicità. Ed è stato così che mi sono sciroppato dalle Upanishad ai Vangeli che ho trovato essere dei testi di un’inquietante attualità. Quelli che però mi terrorizzano, sono i testi sulla Cabala Ebraica. Chissà, forse un giorno…”

Questo è quanto ero curiosa di sapere, ma non finisce qui perché Alessandro mi fa notare che non gliel’ho chiesto, ma in un’intervista che si rispetti non può mancare un consiglio di lettura. Quindi ringraziandomi per la domanda spontanea, finalmente arriva al punto che mi aspettavo e dice: “Dovete leggere assolutamente Il Vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù di Christopher Moore. Ecco la quarta di copertina: “Tutti sanno come è nato e come è morto Gesù. La stella cometa, la mangiatoia, i Re Magi; e poi la passione, la crocifissione. Ma che cosa ha combinato dall’infanzia ai trent’anni? Su richiesta del Messia, a duemila anni dalla sua morte, un angelo fa resuscitare il migliore amico del Cristo, un certo Levi detto Biff, a cui spetta il compito di scrivere un nuovo Vangelo che racconti finalmente la vera storia di Gesù di Nazaret. E quella di Biff è un’epopea ricca di miracoli, viaggi, scoperte, dove trovano posto anche il kung fu, demoni, morti viventi, folli monaci tibetani e pupe da sballo. Forse nemmeno l’astuzia e la devozione del migliore amico riusciranno a risparmiare al Salvatore il suo tragico destino, ma Biff non permetterà che si sacrifichi e ascenda al cielo senza aver lottato per impedirlo!”

“È il libro che mi ha insegnato a ridere di tutto e a scrivere per divertirmi. È a questo libro che il mio romanzo Reboot deve l’esistenza.”

(E vi dirò di più… pare che Alessandro sia proprio lui. “Lui, chi?” direte voi. Christopher Moore. Leggete qui, se siete curiosi di saperne di più).

Infine, arriviamo al punto. Vi presento i libri di Alessandro. Ma non prima di ringraziarlo per la sua disponibilità. Chi ti fa ridere è un amico, ma chi ti fa ridere con intelligenza, lo è ancor di più.

*Per il titolo ho scelto di affiancare al nome di Alessandro, il concetto di “genio ironico” ripreso dalla definizione di Luca Casadio in L’umorismo. Il lato comico della conoscenza. Viene definito così colui che fa proprio l’”umorismo di genio”, chi è “capace di smontare una costruzione traballante o troppo fondata per svelarne la circolarità della definizione creando altre infinite vie. Mostrando chiaramente che la “conoscenza oggettiva” è una prigione. E l’uomo odia le prigioni, soprattutto gli uomini semplici. Questo ammiriamo del comico quando si scaglia contro tutti ciò che ci opprime.”