Pubblicato in: I miei libri, Pensierini, Reboot, Recensioni

Prove lampanti che io e Christopher Moore siamo la stessa persona

Le prove lampanti che io e Christopher Moore siamo la stessa persona sono davvero tante, per l’esattezza sette, sette come i giorni in cui si svolge la storia di Reboot. Un caso? «Non credo», come direbbe il mio guru Adam Kadmon.

Due parole su come ho conosciuto Christopher Moore. Tutto è iniziato quando mia cugina mi ha regalato Il Vangelo secondo Biff, perché a suo avviso, io e Moore condividiamo molti aspetti di stile di scrittura. Beh, l’ho letto e, da quel momento, sono ufficialmente un tossico da Moore.

Sempre l’indomita cugina, mi ha costretto fisicamente ad inviare il mio romanzo Reboot allo stesso editore che pubblica Moore in Italia, cioè LIT Edizioni. Fatto sta, il giorno dopo mi ha risposto Natascia, che da quel momento è la mia editor (porella lei), e mi ha scritto che Reboot era la cosa più folle che avesse mai letto e che voleva pubblicarlo. Contenta lei.

Torniamo a Moore, ché, come avrete capito, ho la tendenza a divagare.

Prima prova lampante che io e Moore siamo la stessa personaentrambi siamo pubblicati dallo stesso gruppo editoriale.

Non so se avete capito bene. Io e Christopher Moore adesso siamo pubblicati dallo stesso editore. Beh non proprio lo stesso editore, ma lo stesso gruppo editoriale. Sì lo so, è come vantare le stesse prestazioni enduro-acrobatico-sessuali di Rocco Siffredi perché si frequenta lo stesso dentista.

Un caso? Non credo!

Seconda prova lampante che io e Moore siamo la stessa persona: c’è coincidenza tra quello che vorrei scrivere e quello che lui invece ha realmente scritto.

Quando scrivevo per RAI e Mediaset, la semplice idea di scrivere divertendomi era pura utopia: uscivo da ogni riunione editoriale con le stesse frustrazioni di un fenicottero i cui futuri pasti dipendano da quanto sia in grado di spiegare la Legge di Relatività Ristretta a fumetti, senza saper disegnare bene, per via della mancanza dell’opposizione pollice-indice.

Da quando ho iniziato a scrivere liberamente mi sono trovato a voler scrivere cose che invece Christopher Moore ha scritto davvero.

Un caso? Non credo!

Terza prova lampante che io e Moore siamo la stessa persona: entrambi mescoliamo alto e basso.

Mescolare alto e basso significa parlare di argomenti tradizionalmente alti, tipo la Teodicea, con linguaggio tradizionalmente basso, tipo «Ehi tu, mi hai sbomballato la fodera del…». Insomma ci siamo capiti.

Per capirci meglio, riporto un brano de Il Vangelo secondo Biff, sul concetto di libertà.

Dunque vedi che rompicapo? La gelosia ti fa stare male, ma Dio è geloso e quindi deve essere una cosa buona; invece quando un cane si lecca le palle sembra divertirsi, ma per la Legge è un atto sbagliato.

Quello che segue invece è un passo di Reboot, sempre sulla libertà.

«Portando al massimo la libertà, la volontà si è bloccata. Non riusciamo a determinare a priori la volontà, perché quando è ancorata solo alla ragione, la libertà arriva allo stallo.»
«Cioè?» chiede Serena.
«Non riusciamo a fare un beneamato.»
«Meglio così» sghignazza il Cardinale.
Suor Crocifissa Ausiliatrice e Suor Spaventata dall’Apparizione afferrano per le braccia Junior, che viene portato via, sotto la minaccia della lupara di Don Intonato e la risata da cattivo del Cardinale.

Ditemi voi se non si assomigliano. Concetto alto, linguaggio basso, alto, basso. Fico, no? Se anche non notate alcuna somiglianza, fingete: ne va della mia autostima.

Senza paura di mischiare in modo carnevalesco, Moore crea un cocktail narrativo irresistibile. Non c’è niente che non metta nello shaker per creare il micidiale cocktail Moore Libre, che rimarrà sicuramente nel tempo, come uno dei migliori cocktail di sempre. Uno di quelli da dopo cena, da prendere a stomaco pieno, pena una sbronza troppo rapida.

Nello shaker mischia le storie in cui abitiamo da sempre e di cui non ci chiediamo neanche più l’origine e/o la veridicità (tipo vampiri, religione, divinità) con abbondanti dosi di contemporanei techno-disagi-esistenziali-urbani , qualunque cosa voglia dire ‘sto neologismo.

Prendiamo Il Vangelo secondo Biff, che narra le vicende di uno degli eroi più famosi del mondo: Gesù. Tutti siamo stati in qualche modo a Gerusalemme. Non fanno che raccontarci la stessa storia, da quando siamo piccoli, ma Moore fa la paraculata di gettarci a Gerusalemme in carne ed ossa, con tutti i sandali. Una volta piazzati nel bel mezzo della piazza centrale di Gerusalemme (quella dove facevano i concerti i Judas Priest, per intenderci), More da fuoco alla miccia delle domande che chiunque si porrebbe, se libero dagli sguardi torvi dei preti: Gesù giocava a fare il kung fu con gli amici? Si scaccolava? Ha sempre saputo come fare il Messia, sin da piccolo? I miracoli gli sono sempre venuti bene, ho ha dovuto esercitarsi un po’, come qualsiasi batterista che si rispetti?

Il regalo di Moore è una ficata assoluta: un paio di occhi liberi da ogni dogmatismo, imbevuti della sana curiosità di chi abbia appena scoperto la masturbazione e si chieda perché gliel’abbiano tenuta nascosta per tutto il tempo. E io di masturbazione, modestamente, me ne intendo, perché ho dei trascorsi importanti in merito. Non so perché ho scritto questa cosa della masturbazione, ma nel gioco del blog-crudo-scrivo-solo-la-dura-verità mi sembrava ci stesse bene, come il frontalino dell’autoradio nell’alloggio del cruscotto.

Riassumendo: io e Moore adoriamo mescolare alto e basso.

Un caso? Non credo!

Quarta prova lampante che io e Moore siamo la stessa persona: entrambi abbiamo l’ossessione per la religione.

Anche altri autoroni si sono cimentati nella riscrittura dei Vangeli, primo fra tutti Il Vangelo secondo Gesù Cristo, di José Saramago, ma leggere quello di Moore, dopo quello di Saramago, è come ascoltare un dialogo di Pulp Fiction, dopo aver appena assistito al sermone natalizio di Papa Francesco. Niente contro Papa Francesco, che mi sta particolarmente simpatico. Mi ricorda Stanlio. In senso buono, per carità: adoravo Stanlio, mi faceva crepare dal ridere.

Insomma, smanettare con la religione significa smontare e rimontare storie al limite dell’incredibile, per costruire il credibile e giustificare l’esistente. Storie al limite dell’incredibile: per questo amo tutte le religioni, soprattutto le ultime arrivate, costrette a raccontarne di sempre più incredibili, per conquistarsi un posizionamento negli scaffali più appetibili del supermercato delle religioni. Avete mai sentito le storie dei mormoni sui Garments, le mutande necessarie per entrare in paradiso?

Riassumendo: Reboot parla di Dio e delle sue difficoltà con il creato. Moore ha scritto romanzi ad ambientazione religiosa.

Un caso? Non credo!

Quinta prova lampante che io e Moore siamo la stessa personaentrambi usiamo spesso la prima persona singolare.

Narrare in prima persona singolare mi consente di essere molto più visivo e di far arrivare le informazioni al lettore e al narratore, nello stesso tempo. Fico, no? Non ho dimestichezza con il narratore onnisciente, la terza libera indiretta, il “lui pensava che”, forse perché vengo dal mondo dell’audiovisivo e lì il corrispettivo è la voce fuori campo che, tranne alcune rare eccezioni, odio più dei Testimoni di Geova che citofonano alle otto di domenica mattina. La trovo noiosa e sleale, la voce fuori campo intendo, ma anche la citofonata, a pensarci bene.

Mi piace arrivare nelle situazioni insieme al lettore e meravigliarmi insieme a lui. Lo stesso fa Moore. Io e il mio amicone Chris amiamo entrare nei locali come Starsky & Hutch.

Adoro le tautologie, cioè mi piace scoprire l’acqua calda: anche altri romanzi sono narrati in prima persona singolare, tipo Firmino, o Il giovane Holden, ma il senso di spontaneità di Moore fa drizzare i peli sul braccio in una hola da stadio, durante la finale di Champions League.

Di passaggio, vi consiglio un’autrice, con la quale ho lavorato, che usa magistralmente la prima persona: Luana Vergari.

Riassumendo: io scrivo spesso in prima persona singolare. Christopher Moore scrive spesso in prima persona personale.

Un caso? Non credo!

Sesta prova lampante che io e Moore siamo la stessa personaentrambi usiamo spesso nomi assurdi per i personaggi.

Diamo un’occhiata ad alcuni nomi dei personaggi di Moore. Nello specifico le otto concubine di uno dei tre Re Magi.

1. Piccoli Piedi della Danza Divina del Gioioso Orgasmo; 2. Stupenda Via di Rugiada Celestiale Numero sei; 3. Tentazione di Luce Dorata della Luna di Settembre; 4. Delicata figura della Lotta tra Due Leoni Imperiali sotto una Coperta; 5. Custode Femminile dei Tre Passaggi Segreti della Grande Amicizia; 6. Cuscini di Seta della Morbidezza Celestiale delle Nuvole; 7. Baccelli di Piselli in Salsa d’Anatra con Taglioni Croccanti; 8. Sue.

E adesso alcuni nomi di personaggi, luoghi e istituzioni di Reboot.

Padre Circonciso de la Peña Zapatero de Cristo; Santa Crescenza dell’Alluce Valgo; Ramon Ardito Legato, Caballero del Aceite de Riciño, Gran Matador de los Indefensos, Mayor Audoridad del la Polvo Blanca; Congregazione del Sacro Cuore dei Sandali del Signore; Suor Crocifissa Ausiliatrice e Suor Spaventata dall’Apparizione

Riassumendo: entrambi battezziamo le cose ed i personaggi con nomi assurdi.

Un caso? Non credo!

Settima prova lampante che io e Moore siamo la stessa personala foto di questo post.

La foto dell’articolo dimostra in modo inequivocabile che io e Christopher Moore siamo la stessa persona.

Un caso? Non credo!

Conclusioni.
Se avete avuto la forza di arrivare a leggere fino a qui, vi meritate un buono acquisto da Unieuro, ma siccome non me la sento di togliere il pane di bocca ai miei sette figli di due anni, solo per fare contenti voi pretenziosi, vi imbonirò con delle mirabolanti conclusioni logiche, conseguenze dall’assunto iniziale, cioè che io e Christopher Moore siamo la stessa persona.

Prima conclusione.
Bisogna assolutamente avvisare i parenti di Moore che lui non è lui e di rifarsi ridare quindi da Christopher tutti i regali di almeno gli ultimi quindici compleanni.

Seconda conclusione.
Devo assolutamente cambiare le foto di tutti i miei documenti.

In tutto questo però, devo ammettere che esiste una DIFFERENZA TRA ME E CHRISTOPHER MOORE: lui è bravo.

Tranquilli, adesso chiudo veramente, citando l’ultima battuta di uno scambio su Facebook con la mia spacciatrice di letteratura, Chiara Tuna, una tipetta che fa delle opera d’arte all’uncinetto, che neanche Biff con gli esplosivi. Mi aveva appena sfornato una lista di cose da leggere ed io l’avevo informata che stavo leggendo Il Vangelo secondo Biff.

Oh Biff!
 Come ti invidio, a me manca tantissimo!
 Poi fammi sapere cosa ne pensi. (Chiara Tuna).

Grazie Chiara. Condividere le passioni è nobile: è aiutare gli altri ad alzarsi sulle punte per guardare oltre la siepe e soddisfare la propria meraviglia ed io mi meraviglio ancora come un dodicenne di fronte alla sua prima… sì insomma, ci siamo capiti.

Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica.
(Aristotele, Metafisica, I, 2, 982b, trad. Giovanni Reale.)

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Autore:

Dopo aver svolto il servizio militare al fianco di Annibale Barca, si laurea in metafisica empirica ad Oxford nel 1745. In veste di ghost writer, ha collaborato alla stesura di numerosi capolavori, anche se la sua idea di cambiare il titolo di “Guerra e Pace” in “Un supplì al telefono” viene incomprensibilmente bocciata da Lev Tolstoj. Attualmente vive.

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