Pubblicato in: Chiara Tuna, Raccontinternet

Gli omini verdi. Parte prima.

Benvenuti alla prima puntata dei nostri incotri di racconti. 

Buona lettura! 

Il problema quando non hai idee è che non sai veramente dove andarle a prendere. Quindi ti attacchi a qualsiasi cosa, anche se probabilmente non funzionerà.

E quando passano i giorni, i mesi, e alla fine anche gli anni senza che riesci a tirare fuori qualcosa di decente, subentra l’orrendo risucchio dentro quel pozzo nero chiamato “mancanza di ispirazione” che è tipo la cosa peggiore che possa capitarti se vuoi fare lo scrittore. Dove va uno scrittore senza niente di cui scrivere?

Allora, dopo anni senza riuscire a scrivere una cosa decente che sia una e cominci a sentirti intellettualmente inferiore a un bambino delle elementari, che almeno una frase di senso compiuto riesce a metterla insieme, possono succedere solo due cose.

O getti definitivamente la spugna e, davvero, questa è una delle cose migliori che ti possano capitare, oppure ti viene il chiodo fisso.

E non smetti di pensarci. Cominci a vedere il tuo fallimento ovunque. Cominci a convincerti che chiunque sia meglio di te. Non puoi scappare. In ogni riflesso che vedrai della tua immagine, sopra la tua testa apparirà sempre, puntualmente, la scritta: FALLITO. Manco ad avercelo tatuato in fronte.

Ora, tu pensi che questa sia la cosa peggiore. Ma ancora una volta ti sbagli. Esiste qualcosa di peggio del sentirsi dei falliti. Ed è l’ossessione.

L’ossessione è quella cosa che non ti dà tregua. Non hai più respiro. A quel punto rimangono solo forse lo psichiatra e gli psicofarmaci.

Non dormi la notte, non mangi, non riesci a fare nient’altro che fissare in modo vacuo il foglio bianco che ti guarda severo, non facendo altro che giudicarti.

Cominci ad essere terrorizzato da lui. Cominci a fumare troppe sigarette, ad isolarti dal mondo esterno, a farti odiare da quelle poche persone che un tempo ti erano amiche, a non dormire più la notte e, se dormi, quel poco di sonno è perseguitato da sogni assurdi e spaventosi.

Sono quei sogni lì, l’ultima spiaggia a cui pensi di poter approdare per guarire da questa orrenda malattia.

Come quella sera quando hai sognato quegli strani omini verdi che ti saltellavano sulla scrivania. E ti sei chiesto da chissà quale meandro del tuo povero subconscio provenissero.

Te l’aveva detto quella specie di fattucchiera dove eri andato nella disperazione di trovare una soluzione, quando ti aveva dato quella strana polverina da bere nell’acqua. Te l’aveva detto che avresti potuto vedere o sognare cose strane, ma tu non ci avevi creduto. Avevi riso, e avevi bevuto quella poltiglia di un colore indefinibile trattenendo il vomito e sperando, in un antro recondito della tua anima, che fossero funghetti allucinogeni. Almeno invece dell’orrenda realtà che ti circondava, avresti visto qualcosa in grado di farti dimenticare per un po’ il tuo fallimento.

Le allucinazioni, però, non erano arrivate come speravi. Avevi pagato la strega che cercava imperterrita anche di appiopparti la lettura delle carte, e te ne eri andato, ancora più sconsolato e depresso, un po’ più al verde e meditando forse anche il suicidio.

Poi però, tornando a casa ti era presa una strana botta di ottimismo, come non ti capitava da tempo.

E ti sei detto che non si muore per queste cose, avevi aspettato tanto e potevi aspettare ancora. Se non altro, la robaccia vomitosa che avevi bevuto, qualche effetto positivo c’è l’aveva avuto. Sempre meglio di niente.

E poi quella notte, quando avevi dormito quelle due ore che ormai, se andava bene, riuscivi a dormire, erano apparsi.

Cinque o sei omini, grandi quanto una bottiglia di birra, con la pelle verde come la menta del mojito, i capelli verde acido come la polpa del lime e gli occhietti verde smeraldo da psicopatici da internamento.

In realtà, non è che fossero proprio un bel vedere. Si diceva che l’assenzio ti facesse vedere una fatina verde, ma tu non avevi bevuto assenzio e quei cosi erano la cosa più lontana dalle fatine che potesse esistere nell’universo intero.

Erano lì che saltavano sulla scrivania e ridevano, ridevano tantissimo. Tutti lindi e pinti nei loro piccoli frac color erba, coi dentini bianchissimi, appuntiti e aguzzi. E mentre ridevano ti facevano segno di raggiungerli, proprio lì, alla scrivania. Ti dicevano di sederti davanti al computer con fare rassicurante, e di cominciare a scrivere.

Così ti sei alzato, consapevole di avere la testa ancora completamente e irrimediabilmente vuota, ma anche con la certezza che non avresti potuto resistere a quel richiamo. Perciò hai ceduto. Quasi come se stessi camminando sulle uova ti sei diretto al tuo inferno personale. Ti sei seduto come se la sedia fosse stata un vaso di porcellana, e hai premuto il tasto di accensione come se stessi maneggiando un fragilissimo cristallo Swarovski e, per la prima volta dopo un tempo infinito, hai cominciato a pestare sulla tastiera ricordando finalmente come si fa.

Senza capire se fosse un sogno o la realtà, hai continuato finché non ti dolevano i tendini e la luce cominciava a spuntare dietro i palazzi che ti osservano increduli dalla tua finestra. E tutto mentre gli inquietanti omini continuavano a sghignazzare saltandoti intorno.

Quando, poco dopo, ti eri svegliato nel tuo letto senza capire se ti fossi spostato davvero o meno, avevi avuto subito l’orribile presentimento che invece di scrivere avessi davvero solo sognato tutto.

Gli omini verdi non c’erano più, la scrivania era sempre al suo posto e così anche l’ignobile computer che ti osservava, severo.

Nel momento stesso in cui gli restituisci lo sguardo, prendi una decisione che potrebbe cambiarti per sempre la vita: accenderai il computer per capire se è vero che questa notte hai scritto qualcosa. Ti avvicini furtivo e schiacci il pulsante di accensione. Alla partenza della ventola la gola ti si strozza in un groppo asfissiante di ansia. Senza riuscire a deglutire nemmeno una goccia di saliva, apri la cartella documenti. Dentro, in mezzo ai tuoi vecchi scritti, campeggia una cartellina che ieri non c’era e che si chiama NUOVO.

[…]

Se vi è piaciuto vi aspetto alla prossima. Ci vediamo fra un mese! 

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Autore:

piedi poggiati a terra e testa ben ancorata tra le nuvole. troppo amore per i libri. un morbo per le serie tivvù. amabilmente nerd. particolarmente tonta. uncinetti come prolungamenti degli arti superiori. e irrimediabilmente grafomane.

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