Il Vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù

Caro il mio Christopher Moore, non t’incazzare se ti chiamo Chris, ma ormai sei uno di famiglia, tanto che quando apparecchio per cena, c’è sempre un piatto per te. Non si sa mai passassi all’ultimo momento.
È arrivato il momento che io mi fermi un’attimo a riflettere sul perché mi piaccia tanto la tua scrittura, per capire se quel piatto te lo meriti o no.
Parliamo un attimo del tuo “Il Vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù”, ti va? Certo che ti va, me lo devi. Ho speso dei soldi per leggerti, quindi me lo devi e basta.
Riporto brevissimamente la trama, per chi ci sta sbirciando.
“Tutti sanno come è nato e come è morto Gesù. Ma cosa ha combinato dall’infanzia ai trent’anni? Su richiesta del Messia, a duemila anni dalla sua morte, un angelo fa risuscitare il suo migliore amico, Levi detto Biff, a cui spetta il compito di scrivere un nuovo Vangelo che racconti finalmente la vera storia di Gesù di Nazareth.”
Caro il mio Chris, siccome non rispondi mai ai miei messaggi su WhatsApp, ho deciso di scriverti un elenco di cosa mi è piaciuto di questo tuo Vangelo 2.0. Perché un elenco? Perché sul web se non ti esprimi a punti elenco sembra che tu non sia nessuno.
1. Mi piace che tu ti diverta a scrivere.
Non scrivi per vendetta nei confronti della vita, che non è andata o non sta andando come vorresti.
Forse perché hai successo, ma nei tuoi lavori non c’è mai quel senso di frustrazione o di pedagogia che mi ha fatto scappare da tanti autori.
Scrivi perché ti diverte e questo è quanto.
E non sai che invidia. Quando scrivevo per RAI e Mediaset, la semplice idea di farlo divertendomi era pura utopia: uscivo da ogni riunione editoriale con le stesse frustrazioni di un fenicottero i cui futuri pasti dipendano da quanto sia in grado di spiegare la Legge di Relatività Ristretta a fumetti.
2. Mi piace che mescoli alto e basso.
Sai parlare di argomenti tradizionalmente alti, tipo la Teodicea, con linguaggio basso, quello che usiamo tutti i giorni. Sempre per chi ci sbircia, riporto un brano del tuo Vangelo.
“Dunque vedi che rompicapo? La gelosia ti fa stare male, ma Dio è geloso e quindi deve essere una cosa buona; invece quando un cane si lecca le palle sembra divertirsi, ma per la Legge è un atto sbagliato.”
Il Vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù – Christopher Moore
Caro il mio Chris non hai mai paura di infilare nel tuo shaker qualsiasi cosa possa contribuire a creare il micidiale cocktail Moore Libre, uno di quelli da dopo cena, da prendere a stomaco pieno, pena una sbronza troppo rapida. Ci metti le storie in cui abitiamo da sempre e di cui non ci chiediamo neanche più l’origine, o la veridicità (tipo vampiri, religione, divinità) ed innaffi il tutto con abbondanti dosi di contemporanei techno-disagi-esistenziali-urbani, qualunque cosa voglia dire questo neologismo.
Tutti siamo stati in qualche modo a Gerusalemme, non fanno che raccontarci la stessa storia, da quando siamo piccoli, ma tu fai la paraculata di gettarci a Gerusalemme in carne ed ossa, con tutti i sandali. Una volta piazzati nel bel mezzo della piazza centrale di Gerusalemme (quella dove facevano i concerti i Judas Priest), dai fuoco alla miccia delle domande che chiunque si porrebbe, se libero dagli sguardi torvi dei preti: Gesù giocava a fare il kung fu con gli amici? Si scaccolava? Ha sempre saputo come fare il Messia, sin da piccolo? I miracoli gli sono sempre venuti bene, o ha dovuto esercitarsi un po’, come qualsiasi batterista che si rispetti?
Voglio i tuoi occhiali, Chris. Devono essere quelli che ti fanno vedere tutto con quella sana curiosità di chi abbia appena scoperto la masturbazione e si chieda perché gliel’abbiano tenuta nascosta fino a quel momento. E io di masturbazione, modestamente, me ne intendo, perché ho dei trascorsi importanti in merito. Non so perché abbia scritto questa cosa della masturbazione, ma nel gioco del post-crudo-scrivo-solo-la-dura-verità mi sembrava ci stesse bene.
3. Mi piace che tu scriva di religione.
Caro il mio Chris, mi piace la tua ossessione per la religione. Credo di essere infettato dalla stessa malattia.
Anche altri autoroni si sono cimentati nella riscrittura dei Vangeli, primo fra tutti “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, di José Saramago. Leggere il tuo però, dopo quello di Saramago, è come ascoltare un dialogo di “Pulp Fiction”, dopo aver assistito al sermone natalizio di Papa Francesco. Niente contro Papa Francesco, che mi sta particolarmente simpatico. Mi ricorda Stanlio. In senso buono, per carità: adoravo Stanlio, mi faceva crepare dal ridere.
Forse ho capito e dimmi se mi sbaglio. Ti piace smanettare con la religione perché adori smontare e rimontare storie al limite dell’incredibile, per costruire il credibile e giustificare l’esistente.
Questo feticismo per le storie al limite dell’incredibile ce l’abbiamo in comune. Amo tutte le religioni, soprattutto le ultime arrivate, costrette a raccontarne di sempre più incredibili, per conquistarsi un posizionamento negli scaffali più appetibili del supermercato delle giustificazioni consolatorie in scatola. Chris hai mai sentito le storie dei mormoni sui Garments, le mutande necessarie per entrare in paradiso? Cosa aspetti a scriverci una storia?
4. Mi piace che tu scriva in prima persona singolare.
In questo modo sei molto più visivo e fai arrivare le informazioni al lettore e al narratore contemporaneamente. Anche altri romanzi sono narrati in prima persona singolare, tipo “Firmino”, o “Il giovane Holden”, ma il senso di spontaneità che ho trovato in te, mi ha fatto drizzare i peli sul braccio in una hola da stadio.
5. Mi piacciono i nomi assurdi che dai ai tuoi personaggi.
Vogliamo parlare dei nomi che hai dato alle otto concubine di uno dei tre Re Magi? Piccoli Piedi della Danza Divina del Gioioso Orgasmo, Stupenda Via di Rugiada Celestiale Numero sei, Tentazione di Luce Dorata della Luna di Settembre, Delicata figura della Lotta tra Due Leoni Imperiali sotto una Coperta, Custode Femminile dei Tre Passaggi Segreti della Grande Amicizia, Cuscini di Seta della Morbidezza Celestiale delle Nuvole, Baccelli di Piselli in Salsa d’Anatra con Taglioni Croccanti, Sue.
Sto ancora ridendo. Sui nomi assurdi, perdonami Chris, ma anche io non scherzo. Dai un’occhiata a qualcuno che ho inventato per i personaggi del mio romanzo “Reboot”: Padre Circonciso de la Peña Zapatero de Cristo; Santa Crescenza dell’Alluce Valgo; Ramon Ardito Legato, Caballero del Aceite de Riciño, Gran Matador de los Indefensos, Mayor Audoridad del la Polvo Blanca; Suor Crocifissa Ausiliatrice e Suor Spaventata dall’Apparizione
Caro il mio Chris, adesso tagliamo, che lo so che non sei uno che ama leggere messaggi lunghi e per questo ti invio quasi solo emoticons con WhatsApp, a cui però non rispondi mai. Quello che in sintesi delle sintesi mi piace di te è che sei capace di riattivarmi la meraviglia, che è forse ciò che ci rende davvero umani, quindi continua pure così, che la cosa mi garba assai.
“Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica.”
(Aristotele, Metafisica, I, 2, 982b, trad. Giovanni Reale.)
Tranquillo Chris, il piatto te lo sei meritato.

La scoperta

AVVERTENZA: la presenza di loop nella presente recensione potrebbe causare vertigini e sensi di nausea. Se i sintomi persistessero, consultare un medico.
«Cosa c’è dopo la morte?»
«Forse è meglio non saperlo.»
È da questo dialogo che ho appena inventato, ma che potrebbe benissimo essere contenuto nel lungometraggio “La scoperta”, distribuito da Netflix, che parte il tema del film.
È un lungometraggio di fantascienza che ti incastra con un incipit da scoppiettio di pop corn, perché ti getta a capo fitto sul prodotto che ha reso vincente il marketing di tutte le religioni, cioè Hal-dee-laH. Si che lo conosci, quello che il claim fa: “Paura che la tua vita sia stata inutile? Hai tanta, ma tanta voglia di rivedere i tuoi cari morti? Hal-dee-laH e alla morte fai cia’ cia’. Hal-dee-laH non ha bisogno di batterie. Si ricarica a preghiere e speranza diluita in una lacrima di credulità.”
Ok. Da quando l’Homo Sapiens si è fatto uno shampoo a base di illuminismo, nella sua testa qualcosa è cambiato ed i followers di Hal-dee-laH hanno cominciato una lenta, ma irreversibile diminuzione, anche per via della poca credibilità dei venditori porta a porta del prodotto. A loro parziale discolpa c’è da ammettere che i reparti marketing delle religioni le hanno tentate veramente tutte. Qualcuna ha tentato il cambio dell’amministratore delegato con personaggi più spigliati anche nell’uso dei social network, altre hanno puntato tutto sulla tradizione. Quest’ultima strategia qualche risultato in più l’ha ottenuto, non dico un aumento di followers, ma almeno neanche l’emorragia di “piacitori” delle altre religioni.
Ma mettiamo che all’improvviso uno scienziatone, di quelli spernacchiati da tutta la comunità scientifica, se ne uscisse con un Hal-dee-laH 2.0, che si ricarica a scienza attraverso solidi macchinari a la Iron Man? Cosa succederebbe allora?
ATTENZIONE: Loop.
«Cosa c’è dopo la morte?»
«Forse è meglio non saperlo.»
«Un giro in un supermercato pieno di sconti in una dimensione parallela del multiverso, pieno di multisale?»
«Non credo.»
«Forse è meglio non farsi questa domanda
«E perché?»
«Perché se poi la gente scoprisse che che esiste l’al di là e che ci si può stare a pensione completa per pochi spicci al giorno e ti cambiano la biancheria una volta a settimana, si correrebbe un gran rischio.»
«Quale?»
«Il suicidio di massa.»
Ed è infatti è subito suicidio di massa, perché tutti corrono a fare la fila per accaparrarsi Hal-dee-laH 2.0. Neanche le file per il nuovo iPhone…
Ed è questa ondata di suicidi che i governi del mondo devono affrontare, mentre lo scienziatone deve vedersela con il peso della responsabilità morale della propria scoperta. Come non bastasse, ci si mette anche lo scontro con il figlio, altrettanto scienziatone (tale padre figlio), che dopo aver collaborato alla costruzione del dispositivo che dimostra l’esistenza dell’al di là, di fronte all’abisso che quella macchina spalanca, ha deciso di togliersi il camice da scienziatone, in cambio di un più modesto camice da scienziato nella media.
Ma arriva il momento di fare i conti con il passato. Arriva sempre, soprattutto nei film americani. Lo scienziatone-padre con il suicidio della moglie e lo scienziato-figlio-ormai-nella-media-ma-pur-sempre-stato-scienziatone, non solo con il suicidio della madre, ma anche con Hal-dee-laH 2.0, di cui si sente in parte colpevole. Il figlio tenta disperatamente di convincere il padre a smetterla di andare a rimestare nel fanta-soprannaturale, sperando così di porre fine all’automattanza dei depressi sfiancati dalla vita.
E cosa succede quando due scienziatoni, in un duello finale, si trovano di fronte ad un dilemma fanta-morale?
ATTENZIONE: Loop.
«Cosa c’è dopo la morte?»
«Forse è meglio non saperlo.»
«Un giro in un supermercato pieno di sconti in una dimensione parallela del multiverso, pieno di multisale?»
«Non credo.»
«Forse è meglio non farsi questa domanda»
«E perché?»
«Perché se poi la gente scoprisse che che esiste l’al di là e che ci si può stare a pensione completa per pochi spicci al giorno e ti cambiano la biancheria una volta a settimana, si correrebbe un gran rischio.»
«Quale?»
«Il suicidio di massa.»
«C’è di peggio.»
«Tipo?»
La soluzione del dilemma fanta-morale è resa più difficile non solo dal fatto che lo scienziatone-padre ha trovato il modo di filmare l’al-di-là (chissà che botto di visualizzazioni avrebbe un canale YouTube con video del genere), ma anche dalla comparsa dell’amore, perché lo scienziato-figlio si innamora di un’aspirante suicida e l’etereo sentimento lo conduce al Frankensteiniano bivio: “distruggo il macchinario o riporto in vita l’amata e fanculo il corso naturale della vita?”
Beh cosa succede di fronte a un dilemma del genere?
ATTENZIONE: Loop.
«Cosa c’è dopo la morte?»
«Forse è meglio non saperlo.»
«Un giro in un supermercato pieno di sconti in una dimensione parallela del multiverso, pieno di multisale?»
«Non credo.»
«Forse è meglio non farsi questa domanda
«E perché?»
«Perché se poi la gente scoprisse che che esiste l’al di là e che ci si può stare a pensione completa per pochi spicci al giorno e ti cambiano la biancheria una volta a settimana, si correrebbe un gran rischio.»
«Quale?»
«Il suicidio di massa.»
«C’è di peggio.»
«Tipo?»
«Che a forza di smanettare con il multiverso, universi paralleli, spazio e tempo e quelle cose là, rischi dei loop temporali. E lo sanno tutti che i loop temporali sono una bella seccatura.»
La domanda fondamentale del lungometraggio è: “Ha senso vivere se conosci la fine?”. Il risvolto musicale di questo accordo narrativo potrebbe anche essere: “Vale la pena di arrivare all’ultima pagina di un romanzo, quando puoi saltare direttamente alla fine?”.
Adesso non mi sembra il caso di impantanarci in discussioni filosofiche dal sapore heideggeriano sull’essere-per-la-morte, perché annoia me al solo pensarlo, figuriamoci a chi legge questa recensione, quindi la mia risposta secca è: “No”. Non vale la pena perché si corre il rischio di vedere evaporare la propria umanità, facendo la fine del kafkiano Gregor Samsa, trasformato in un insetto.
La risposta è “no”, anche perché odio fare spoiler, quindi farò di tutto per evitarlo in questa recensione e in qualsiasi altra. Finché morte non ci separi.
Due parole finali, prima di lasciarci, sull’aspetto strettamente narratologico: incipt feroce ed accattivante, secondo atto sempre più debole e noiosetto, chiusura aggrovigliata e facile con il buon caro vecchio loop temporale, buono per tutte le stagioni, per un lungometraggio di fantascienza più di dialogo che di situazione ed effetti speciali.

Suicidio e sex symbol in uffico

Man finds partner’s suicide note in fridge magnets.

Dove si racconta come ridere in silenzio sia meglio dello Xanax.

Caro lettore, sento l’obbligo morale di spiegarti il motivo delle righe che seguono. L’amico di penna Salvatore Anfuso mi ha chiesto un post sul suicidio. Tutto ha avuto inizio per via dei ringraziamenti che gli ho scritto in privato, per aver pubblicato un post su come superare pensieri suicidi , che ha toccato un mio nervo scoperto.

Ecco la sua risposta:

ti andrebbe di scrivere un guest-post in cui raccontare la tua esperienza? Anche in anonimato. Visto che, esporsi su certi argomenti, denudare certi vissuti, è comprensibilmente rischioso, difficile, forse anche pericoloso.

Siccome bisognerebbe poter dire ai bruchi che quel dolore che sentono, se prima non vengano schiacciati da qualche bambino in bicicletta, serve a diventare farfalle, ho deciso di raccontare l’esperienza di uno che il suicidio l’ha fatto ed è morto.

La richiesta di Salvatore è arrivata, per quegli strani sincronismi della vita, in un momento in cui mi sto molto interrogando su un mio compagno di viaggio, il pensiero del suicidio.

È una malattia? E se sì, esiste una cura? È coraggio? È vigliaccheria?

Non sono né uno psicologo, né un medico, quindi parlerò solo della mia personalissima esperienza, senza alcun intento didascalico e invito a prendere le mie parole per quello che sono, uno scaccolamento. C’è qualcosa di male nello scaccolarsi? È così bello respirare meglio, dopo.

Il mio suicidio l’avevo pianificato per benino e a modino, ché neanche l’ordine maniacale di Ikea. Avevo calcolato tutto, giorno, orario e ponte della ferrovia. Dovevo farlo. Non vedevo altra via d’uscita rapida dall’insostenibile rumore in testa, peggio della musichetta di plastica di sottofondo dei centri commerciali.

Il rumore, miserabile acufene, era iniziato ormai da anni in veste di insoddisfazione latente e continua. Un sassolino nella scarpa, che per i primi passi pensavo di poter sopportare, perché non mi andava di fermarmi per slacciarmi la scarpa e controllare. Pigrizia? Può darsi, visto che sono talmente pigro che se dovessi vincere il primo premio della pigrizia di un milione di euro, non andrei a ritirarlo, per pigrizia. Un’insoddisfazione senza oggetto, una linea melodica dissonante che nel tempo si è trasformata in sinfonia svilente e melmosa.

Se lo guardo ora, quel continuo narrare di sottofondo altro non era che lo sforzo di tenere tutta la vita stretta tra le mani, nella speranza che quel continuo intrecciare fili narrativi potesse sfociare finalmente nell’apparire del senso della mia esistenza. Ed il senso della vita coincideva, nella mia idea, nell’atto di controllare, uno sforzo che solo Sisifo può capire, infatti l’altro ieri mi ha scritto una mail, in cui mi comunica che anche lui si è stufato ed ha avviato le pratiche per aprire una scuola di stuntmen a Los Angeles. Con il passare del tempo e con l’ingrandirsi della massa del trascorso, tenere insieme il passato dei rimorsi, dei sensi di colpa, dei fallimenti, con il futuro dell’incertezza e della proiezione in avanti del dolore vissuto, stava diventando troppo faticoso per un fisico da lanciatore di coriandoli come il mio, al punto che il mio corpo, per alleggerirsi, mi costringeva a vomitare quasi ogni mattina. Ed alla fine sono esploso.

Nel mio caso ci sono state due spolette, il divorzio e la morte di mia madre, ma adesso so che avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, anche un’unghia incarnita. Qualsiasi evento non padroneggiabile avrebbe messo in ridicolo lo sforzo della continua narrazione che mi facevo per tenere-sotto-presa l’insensato di cui sono fatto. Cercare il senso era aggirarsi in un labirinto senza uscita, più cercavo motivi per vivere e più trovavo solo strade chiuse. Che cul… de sac.

Eppure non c’era nulla che lasciasse presagire l’esplosione. Ero sposato e, quando arrivava l’insoddisfazione, mi fustigavo perché non si può essere scontento quando si ha tutto quello che per contratto dovrebbe servire a “controllare”. Allora ho provato anche la via dei farmaci, ma il risultato è stato solo quello di sentirmi talmente ovattato, da non avere le forza di tenere-sotto-controllo e scambiare la debolezza per soluzione.

Divorzio. Morte di mamma. Rumore. Troppo rumore. Assenza di senso. Soluzione rapida? Suicidio? Urge strizzacervelli.

Allora ho cominciato ad andare da uno psicanalista, anche su indicazione della mia ex moglie che, come condizione di una nuova possibilità di inizio, giustamente aveva posto la certificazione di sanità mentale. Il suo mantra era diventato “devi prima amare te stesso se vuoi amare gli altri”. Per me era diventato il ritornello della hit estiva. Non ce l’ho né con la mia ex moglie, né con lo piscanalista, due bravissime persone a cui auguro tutto il bene possibile, ma con me non ha funzionato.

La mia vita era un muro che mi stava crollando addosso. Durante le sedute, lo psicanalista mi aiutava a sostenere il muro. Sentivo lo sforzo dimezzato e, come recita un proverbio atlantideo, “sforzo dimezzato quasi sollievo”. Lo psicanalista mi vendeva il tempo per recuperare un po’ le forze. Per un po’ le maggiori energie mi facevano sostenere il peso del muro più facilmente, ma poi si riaffacciava ed ero costretto a tornare da lui, in un loop infernale.

E allora ho deciso che poteva bastare così ed ho pianificato tutto: giorno, ora, luogo.

Poi è capitato. Sono morto!

Ho realizzato che ero schiavo del mio pensare. Che non vivevo, ma “pensavo” di vivere. Ma se uno è schiavo del proprio pensiero, allora non può essere quello stesso pensiero, perché altrimenti non potrebbe rendersene conto, no? Ma se non sono il mio pensiero, allora chi sono? Sono forse quel “rendermi conto di una non corrispondenza”? Può darsi allora che io sia quella consapevolezza di abbandonare quel me stesso? Ma lasciare se stessi non è, in un certo senso, morire? Mamma mia che trip. E scusami se non so spiegarlo diversamente, ma è come spiegare il sapore del vino, impossibile se non l’hai mai assaggiato.

Morire, per me, è stato assaggiare che i motivi per farla finita, per far smettere il rumore, sono gli stessi per cui vale la pena di vivere. Una grandezza negativa, vicino alla stessa grandezza, ma con segno positivo, danno zero e lo zero è il silenzio, l’opposto del rumore. È stato in quel momento che sono morto, quando per la prima volta ho abitato il silenzio, quando ho realizzato che senso e non-senso sono le due facce del silenzio. È stato come togliermi uno zaino pieno di ferri da stiro dalle spalle. Per me questo è stato morire.

Non so perché sia capitato, ma è capitato e non so dire se sia un bene o un male, perché ancora non ho capito se essere sia meglio di non essere (voci tutte da verificare sostengono che Amleto si aggiri ancora per Villa Borghese ripetendo il ritornello senza soluzione di continuità), ma è capitato.

Il silenzio, ecco quello che nessun medico mi ha mai prescritto e che invece dovrebbe passare gratuitamente il servizio sanitario locale. Benedetto silenzio.

È stato proprio grazie ad una intensiva terapia a base di silenzio, prima, dopo e durante i pasti, che forse sono rinato, o forse mi ha semplicemente salvato la pigrizia. Misteri dell’accidia.

Meglio dei Re Magi, il silenzio mi ha portato in dono la risata, meglio della mirra, ché poi un giorno qualcuno mi spieghi che cosa se ne fa della mirra un neonato. Di pannolini ha bisogno, non di mirra. Sì ridere mi ha fatto fare un salto di ottava. Hai presente la tastiera del pianoforte? Do, re, mi, fa, sol, la, si e poi… di nuovo do, ma un’ottava più in là e non scrivo più in alto, perché avrebbe un sapore di “migliore”, del tutto immotivato. Quel nuovo do è esploso in una risata.

Qualche giorno dopo che sono morto e rinato ero a lavoro e per scherzare spiegavo a dei nuovi colleghi, che io sono l’unico vero sex symbol dell’azienda. Ora, visto che sono uno scorfano, tutti hanno capito la battuta ed abbiamo riso, tranne una ragazza, che rimuginava pensierosa. Non aveva capito la battuta ed era incastrata nel rumore che la costringeva a cercare un modo per dimostrarmi che lei aveva ragione nel pensare che non fossi bello, ma senza offendermi.

Ecco, prima di morire, ero come quella ragazza, incastrato nella ragnatela del cercare di aver ragione.

Basta, ti ho stancato abbastanza. È ora di tirare qualche conclusione, ché se no, logorroico come sono, non mi fermo più e rischio di infilarmi in un tunnel misticheggiante e allora sì che sarebbero problemi.

Non so se il pensiero del suicido sia una malattia, perché la malattia dovrebbe essere un’alterazione di uno stato normale di salute, ma così ci si va a invischiare nelle sabbie mobili della definizione di “normalità” , ma

non eran da ciò le proprie penne.

Posso dire che nella mia normalità è sempre stata presente l’inquetudine e allora, almeno nel mio caso, il pensiero del suicidio sarebbe un eccesso di normalità.

È vigliaccheria? È coraggio? Sono domande sensate se si smette di cercare il senso? Come direbbe il buon Wittgenstein:

La risoluzione del problema della vita si scorge allo sparir di esso.

Per avere una risposta al senso della vita dovrei essere fuori dalla vita, per vederla. Ma essere fuori dalla vita è morire e quanto di più simile alla morte che ho provato è il silenzio, quindi l’assenza di parole e senza parole com’è possibile spiegare?

Lo so, hai ragione a pensare che sia una supercazzola. Ma dopo esser morto ho smesso di voler aver ragione, almeno quando mi rifugio nelle oasi silenziose di risate.

Questa è la mia personalissima esperienza: ridere è il mio vero silenzio, l’unico modo per osservare senza immedesimarmi realmente in nulla, soprattutto senza immedesimarmi nel mio rumore. Io non sono il mio rumore.

Allora la creatività ha assunto anche un valore terapeutico, imparato ad usarla per mettere il rumore che si accumula su un foglio, o su uno schermo o in forma di note, o in quello che più ti piace e che meglio ti riesce. Esprimiti. Dai voce al silenzio.

A te mio caro psicanalista, a cui devo tanto, voglio dire che la soluzione è stata scansarmi e lasciar cadere il muro, che è un altro modo di dire “morire”.

E a te, caro silenzio, devo un enorme grazie, per avermi fatto assaggiare che la vita è diversa da ciò che mi aspetto e programmo, come questo post, che è completamente diverso da come l’ero immaginato.

Dopo tutto questo sermone sono sicurissimo che ricadrò nell’immedesimazione con il rumore, perché già succede. I sentimenti di dolore si riattivano costantemente, il che vuol dire che dovrò morire altre volte, ma ormai ho assaggiato che morire non è poi così male e che il dolore è necessario come la felicità. Ho assaggiato il sapore del suicidio e so che è un pensiero come gli altri, e che, come ogni altro pensiero, avrà un inizio, uno sviluppo ed una fine.

Ma ormai c’è anche il silenzio che mi assicura che io non sono schiavo di quel rumore e che posso osservarlo con la stessa partecipazione con cui si osservano le volute del fumo.

Quando morirò di nuovo? Boh. So solo che se a questa domanda riesco a togliere il sottofondo di paura, a volte si trasforma in senso di avventura.

Suicidio, ben tornato. Che hai da dirmi stavolta? Ti va un caffè? Ah no, dimenticavo che il caffè ti rende nervoso.

In poche parole ho imparato che tentare di sconfiggere il mostro con la forza e la volontà è inutile, perché lui si nutre della mia forza e della mia volontà. Lo guardo in silenzio, finché non diventa grottesco e da ridere.

N.B. Attenzione, non sostengo che andare dallo psicanalista, o assumere psicofarmaci sia inutile. Tutto il contrario. Lo raccomando assolutamente. Dico solo che con me non ha funzionato. Magari perché l’ho fatto per troppo poco tempo, o chissà perché.

Dunkirk

Dunkirk di Joshua Levine non è un romanzo, ma neanche un saggio storico, o una monografia. Ma allora cos’è?
 
Partiamo da cosa parla. Dunkirk è la pronuncia inglese di Dunkerque, cittadina balneare francese dove tra il 26 maggio ed il 3 giugno 1940 si svolse l’omonima battaglia nella prima fase della grande offensiva in Occidente, sferrata dalle truppe tedesche della Wehrmacht, autorizzata da Hitler a partire dal 10 maggio, durante il primo periodo della seconda guerra mondiale.
 
La battaglia, momento fondamentale del piano di ritirata Dynamo fortemente voluta da Churchill, viene ricordata, soprattutto dagli inglesi, come il momento più basso e, allo stesso tempo, più alto della guerra contro l’esercito tedesco. Più basso perché si trattò di una drammatica ritirata del BEF (British Expeditionary Force) dal territorio alleato di Francia. Più alto perché, nonostante l’esercito fosse a un passo della sconfitta, riuscì a ritrovare uno spirito nazionale, che in seguito sarebbe stato il baluardo della resistenza contro gli attacchi tedeschi e il punto di partenza per il contrattacco contro l’asse nazi-fascista.
 
Questo è Dunkirk nell’immaginario britannico. È il momento della rinascita dello spirito inglese che, dalla frammentazione in singoli individui, mosso solamente dal primordiale spirito di sopravvivenza, ritrova lo slancio verso un’unità quasi mistica: lo spirito di un popolo e di un’ideale di democrazia, contro il male assoluto dell’asse nazi-fascista. È la chiamata non solo alle armi, ma all’unità di un popolo.
 
L’autore, Joshua Levine, si pone l’obbiettivo di narrare questo confluire dei ruscelli delle individualità nel mare della totalità dell’ideale, ma non lo fa da storico, cioè dall’alto, con la consapevolezza di chi il risultato già conosce, ma dall’interno dei singoli ruscelli, di chi nella contingenza è spinto solo dall’istinto di sopravvivenza. Dunkirk non è un’apologia della democrazia, né la fenomenologia dell’incarnazione di un’idea, non si srotola con l’andamento del ricercatore calligrafico di eventi da collegare alla luce di un risultato noto, né indugia nella celebrazione e nel trionfo.
 
È la narrazione di storie di uomini in carne e ossa, trascinati da qualcosa più grande di loro, che a volte percepiscono questo essere sovrastati da un dover-essere, ma che più spesso rimane loro oscuro, reso inaccessibile dall’istinto di sopravvivenza. E infatti nessuno dei personaggi conosce il piano di evacuazione Dynamo, sanno solo che devono seguire gli altri e questo fanno, nella speranza di salvarsi.
 
Joshua Levine ci racconta una generazione di giovani usciti dalla grande depressione e alle prese con una nuova percezione di se stessi, spesso ribelle rispetto alla percezione delle generazioni precedenti, quelle che avevano vissuto sulla pelle la prima guerra mondiale, ma non lo fa in modo antropologico o sociologico, anche se gli odori di antropologia e sociologia si avvertono, ma quasi da documentarista: fornisce frammenti di ripresa del reale con l’intenzione di “sporcarla” il meno possibile, lasciando al lettore il compito ultimo di formarsi un quadro.
 
Atti più o meno volontari e consci di eroismo, alternati a gesti di viltà e follia. L’inspiegabile rinuncia di Hitler di affondare il colpo decisivo all’esercito inglese, dandogli il tempo di riunirsi a Dunquerke e da lì ritirarsi in patria, con i mezzi più disparati, dalle navi della marina inglese alle imbarcazioni turistiche civili guidate da normali cittadini, mossi dal senso di dovere e servizio.
 
La vita messa alla prova dell’estremo caos, all’interno del quale balugina una fiammella e un sentore di razionalità.
 
Dunkirk contiene in apertura un’intervista a Christopher Nolan, che da questo libro ha tratto spunto per la sceneggiatura del film nelle sale italiane a partire dal 31 agosto. Un film che, parole del regista, va considerato un horror e non un film storico, perché pone lo spettatore di fronte alla paura in prima persona, una paura fatta di attesa dell’incognito di un nemico tedesco che quasi mai entra in campo.
 
Dunkirk di Joshua Levine non è un romanzo, ma neanche un saggio storico, o una monografia. Ma allora cos’è?
 
È un urlo silenzioso e compostamente british di chi quei momenti li ha vissuti e che sembra volerci dire: «Eravamo solo dei ragazzi, lottammo per tornare a casa con gli ideali di eroismo infranti sugli scogli dalla realtà della guerra. Tornammo con la paura di essere vigliacchi e venimmo accolti come eroi.»
 
La vita è strana. Ma la guerra lo è di più!

Quattro chiacchiere con… me!


E poi un’amica scrive di te queste cose e tu non ce la fai proprio a non amarla.

Vi presento Alessandro Liggieri e il suo genio ironico*.

Se vi va di leggere qualcosa di veramente diverso e di ridere di gusto durante la lettura di un libro, dovete prendere in mano uno dei testi scritti da Alessandro Liggieri.

Io lo conosco personalmente, come si conosce un collega che si vede quasi tutti i giorni e con il quale saltuariamente si scambia qualche battuta e potrei dirvi che è una persona brillante, dotata, intelligente… e ve lo dico! Senza nessuna remora, perché a mio avviso è così, Alessandro è geniale.

E al suo talento dà forma con le parole.

Parliamo quindi di questo. Di parole rilegate. Io gli chiedo quale libro lo ha segnato e gli ha lasciato qualcosa che non ha più dimenticato e mi risponde:

“Domanda da moltimila euro. Siamo ai livelli di vuoi più bene a mamma o a papà. Che ansia.” E siccome non vuole far torto a nessuno dei due, li cita entrambi:

  • Le avventure di Pinocchio, di Carlo Collodi è stato il libro che a nove anni mi ha insegnato che la lettura può essere qualcosa di più di un compito a casa, di un obbligo. Sono stato allevato tipo gallina in batteria, in un appartamento nel quartiere di Prati a Roma, una specie di prigione e Pinocchio è stato il cucchiaio per scavare il tunnel per la fuga. Mi ha trasformato da pezzo di legno, cioè da coso che reagisce solo, a essere umano, cioè a coso che ha la possibilità di scegliere.  A dirla tutta, la mia rigidità fisica mi fa dubitare di essere uscito completamente dalla legnosità, ma queste sono cose tra di noi, che non vanno spifferate ai quattro venti.”
  • Memorie dal sottosuolo, di Fëdor Dostoevskij poi è stato il libro che a diciotto anni mi ha insegnato che la lettura, oltre a uno svago, può essere anche uno specchio. Un libro senza pietà che mi parlava diretto e mi metteva con le spalle al muro mostrandomi tutta la nullità di cui sono intessuto. Altro che psicanalisi. Costa meno e funziona più o meno bene.”

Poi gli chiedo il libro che ha attualmente sul comodino qual è e dice:

“Sono uno di quei lettori che iniziano molti libri contemporaneamente e ormai ho fatto il grande passo al digitale, perché o uscivo di casa io o smettevo di comprare carta, quindi sul comodino ho solo le pillole per l’alzheimer e il telecomando per cercare il canale dove Panzironi parla della sua cura per tutti i mali del mondo, Life 120. Conoscete? Adoro quell’uomo. È ipnotico, peggio dei telepredicatori, o delle televendite.” Quindi, sul comodino niente libri ma sul Kindle al momento sta leggendo:

  • Il cigno nero, di Nassim Nicholas Taleb
  • Lepanto. La battaglia dei tre imperi, di Alessandro Barbero

Quando infine gli chiedo quale libro ha sempre pensato di dover assolutamente leggere ma non ha ancora avuto modo di prendere in mano, pensa bene di indicarmi i libri che che ha abbandonato, che è più facile elencare:

  • L’ Ulisse, di James Joyce.
  • Il signore degli anelli, di J. R. R. Tolkien.
  • Il Libro rosso, di Carl Gustav Jung.

Ma poi mi fa contenta e continua: “Ho sempre avuto paura dei testi sacri. Dopo un periodo di forte dolore (combo micidiale divorzio +  morte di mia madre), mi sono avvicinato alla meditazione da ateo praticante e non ho potuto evitare di imbattermi in questi testi che avevo sempre evitato.  Ma lo sai che ti dico? Se li pulisci dalla buccia normativo-religiosa (fai questo, fai quello, non ti toccare che diventi cieco – effettivamente ho perso molte diottrie per quel motivo, bisogna essere onesti) sono manuali di felicità. Ed è stato così che mi sono sciroppato dalle Upanishad ai Vangeli che ho trovato essere dei testi di un’inquietante attualità. Quelli che però mi terrorizzano, sono i testi sulla Cabala Ebraica. Chissà, forse un giorno…”

Questo è quanto ero curiosa di sapere, ma non finisce qui perché Alessandro mi fa notare che non gliel’ho chiesto, ma in un’intervista che si rispetti non può mancare un consiglio di lettura. Quindi ringraziandomi per la domanda spontanea, finalmente arriva al punto che mi aspettavo e dice: “Dovete leggere assolutamente Il Vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù di Christopher Moore. Ecco la quarta di copertina: “Tutti sanno come è nato e come è morto Gesù. La stella cometa, la mangiatoia, i Re Magi; e poi la passione, la crocifissione. Ma che cosa ha combinato dall’infanzia ai trent’anni? Su richiesta del Messia, a duemila anni dalla sua morte, un angelo fa resuscitare il migliore amico del Cristo, un certo Levi detto Biff, a cui spetta il compito di scrivere un nuovo Vangelo che racconti finalmente la vera storia di Gesù di Nazaret. E quella di Biff è un’epopea ricca di miracoli, viaggi, scoperte, dove trovano posto anche il kung fu, demoni, morti viventi, folli monaci tibetani e pupe da sballo. Forse nemmeno l’astuzia e la devozione del migliore amico riusciranno a risparmiare al Salvatore il suo tragico destino, ma Biff non permetterà che si sacrifichi e ascenda al cielo senza aver lottato per impedirlo!”

“È il libro che mi ha insegnato a ridere di tutto e a scrivere per divertirmi. È a questo libro che il mio romanzo Reboot deve l’esistenza.”

(E vi dirò di più… pare che Alessandro sia proprio lui. “Lui, chi?” direte voi. Christopher Moore. Leggete qui, se siete curiosi di saperne di più).

Infine, arriviamo al punto. Vi presento i libri di Alessandro. Ma non prima di ringraziarlo per la sua disponibilità. Chi ti fa ridere è un amico, ma chi ti fa ridere con intelligenza, lo è ancor di più.

*Per il titolo ho scelto di affiancare al nome di Alessandro, il concetto di “genio ironico” ripreso dalla definizione di Luca Casadio in L’umorismo. Il lato comico della conoscenza. Viene definito così colui che fa proprio l’”umorismo di genio”, chi è “capace di smontare una costruzione traballante o troppo fondata per svelarne la circolarità della definizione creando altre infinite vie. Mostrando chiaramente che la “conoscenza oggettiva” è una prigione. E l’uomo odia le prigioni, soprattutto gli uomini semplici. Questo ammiriamo del comico quando si scaglia contro tutti ciò che ci opprime.”

Malpertuis

Caro il mio Jean Ray, sono giorni che ti scrivo su Facebook, ma non rispondi mai. Mi dicono dalla regia che sei morto nel 1964. E questa me la chiami una scusa? Per te rispondermi dall’al di là non può essere un problema.
Sei il capostipite della letteratura weird, giusto? Allora mi aspetto a breve una tua qualche risposta attraverso visioni di fantasmi, crepitii e voci dall’oltretomba. Non fare il difficile. Ho appena letto il tuo Malpertuis, quindi so benissimo che lo sai fare. Letteratura weird, chi è costei? In inglese “weird” significa “strano”. Me l’ha detto Francesco Corigliano, che ho conosciuto in una delle passeggiate nel gruppo di Facebook “Leggo Letteratura Contemporanea”.
«E ‘sti cazzi», stai pensando dall’al di là, lo percepisco anche senza seduta spiritica. È come un’eco lontana e ctonia. Era solo per dire che Facebook non è solo gattini, cibo fotografato e bocche a culo di gallina di fronte ad un tramonto, ma esiste una specie di Facebook profondo, al di là delle chiacchiere, che ti consente di scoprire tesori polverosi come il tuo Malpertuis.
Ti piacerebbe il Facebook sotterraneo, uh se ti piacerebbe. Il tuo romanzo è weird non solo per l’argomento, ma anche per la modalità di costruzione del plot, dell’intreccio. Per quanto riguarda l’argomento, siccome sento gli occhi di chi ci sta sbriciando dall’al di qua, non ne parlo per non rovinargli l’eventuale lettura, posso solo dirti che non mi hai sorpreso tantissimo, perché ero fresco della lettura di “American Gods” di Neil Gaiman, quindi già pronto a situazioni sovrannaturali. Sono sicuro però che all’epoca della prima pubblicazione, cioè nel 1943, un certo effetto debba averlo fatto. Però due parole sulla trama, sempre per gli sbirciatori, la devo scrivere, altrimenti come fanno ad invogliarsi a leggerti
Malpertuis è una antica dimora, enorme e sinistra, come ogni casa a cui ci ha abituato la letteratura fantastica, ma Malpertuis si chiama anche, nel medievale Roman de Renart, “l’antro stesso della volpe” e dunque, poiché “la figura della volpe appartiene di diritto alla demonologia”, essa è “la casa del male o piuttosto della malizia”. A Malpertuis vivono, costretti alla coabitazione dal testamento di un inquietante despota familiare, il prozio Cassave, un gruppo di persone formato da parenti, servi e bizzarri estranei. E dentro Malpertuis hanno luogo morti misteriose, legate ai suoi altrettanto misteriosi ed inquietanti inquilini, ma non vado oltre, altrimenti lo spoiler è assicurato.
Se devo dirtela tutta, caro il mio Jean un difetto te lo devo scrivere ed è l’esiguità del tema. Sì il tema. Come te lo spiego cosa sia una tema? Cavolo, dovresti saperlo, eri uno scrittore. Il tema è quello che resta alla fine della lettura di un romanzo e che comincia a lavorare dopo che hai voltato l’ultima pagina, andando a scavarsi una nicchia all’interno della memoria del lettore. Sì, insomma, la morale della storia. Smettila di far muovere il tavolino accanto a me, ho capito che hai capito.
Qual è il tema di Malpertuis, “Mai stuzzicare il cane che dorme, soprattuto se dorme in una casa da horror”, o “Ma cosa ti dice la testa di andare sfruculiare il sovrannaturale”? Fattelo dire Jean, e non ti offendere, il tema è poverello ed il rischio serio è che il romanzo evaporerà a breve dalla mia memoria. Ma te lo saprò dire tra qualche anno, magari quando ci incontreremo nell’al di là, mangiando Madeleines intinte nel tea, insieme a qualche bel mostro dei tuoi.
Ti piaceva proprio distinguerti dagli altri scrittori ed essere weird fino al midollo, vero il mio caro Jean? Va bene che il modo in cui una storia propone la successione temporale degli avvenimenti, non sempre deve corrispondere al presunto svolgimento temporale ontologico. Va bene che il protagonista non debba per forza essere uno solo, ma tu francamente in Malpertuis ci ha dato davvero dentro. Mi è piaciuta l’idea di far partire la storia dal furto di uno scritto, che riporta i misteriosi accadimenti legati a Malpertuis. Libro nel libro. Fico.
Mi piacciono le costruzioni araldiche in abisso, quelle in cui dentro uno stemma c’è uno stemma, dentro il quale c’è uno stemma e così via. Mi ricordano “Otto e mezzo” di Fellini. Mi è piaciuto anche il fatto che il tuo romanzo sembri non avere un centro. È dedalico come la planimetria di Malpertuis stessa, una casa fatta di stanze autonome, che hanno senso non nella loro disposizione geometrica, ma dagli inquietanti personaggi che le abitano
Dì la verità, diabolico di un Jean, ti sei proprio divertito a darmi libri nel libro, raccontati da diversi personaggi. È come se mi avessi detto: «Le tessere adesso ce l’hai, ora divertiti a ricostruire il puzzle.» A metà della lettura ero però frastornato. Quello che un po’ mi affaticava nel viaggio era la dialogazione e la prosa e l’ho fatto sapere a Francesco su Facebook. Io: È davvero divertente, pur nelle tempistiche e dialogazione un po’ datate. Francesco: Sì gli anni che ha addosso si sentono. Però questo contribuisce all’atmosfera polverosa che lo contraddistingue 🙂 leggi leggi.
Ti piace “polveroso”, Jean? A me molto, perché dà proprio l’idea di Malpertuis: rovistare in una vecchia soffitta, per ricostruire una mappa ed arrivare ad una qualche porta che si apra sull’assurdo, anzi, sul weird. Ma quello che veramente mi hai lasciato, caro il mio Jean, è la scoperta di un genere che non conoscevo e che finalmente non mi fa sentire solo, perché anche io scrivo roba weird, visto che il mio ultimo romanzo parla di un operatore di call center che aiuta Dio a rimettere a posto il creato attraverso un software pieno di bug. Se non è weird questo… “Laddove lo scopo primario dell’horror è di spaventare il lettore, il weird è molto più trasversale: la paura non è necessariamente il sentimento fondamentale.
A farla da padrone spesso è la curiosità verso l’ignoto, il sense of wonder, il gusto per la meraviglia e la stranezza. Per dirla con una frase forse un po’ sciocca ma chiarificatrice: nel wired non tutti i mostri vengono per nuocere. Al punto che, quando il weird raggiunge le sue vette migliori, può essere al contempo horror, fantascienza e fantasy. Ivo Torello.
Quando leggevo il Joe Landsdale di “Drive In”, il Calvino del “La trilogia degli antenati” sentivo che mi mostravano la realtà attraverso le lenti della meraviglia, ma una meraviglia strana. Non è che anche loro sono weird? A Joe Landsdale chiedo io, ma a Calvino, caro il mio Jean, non è che chiedi tu? Dovrebbe essere dalle tue parti. Ti pare bello avermi fatto scoprire che sono weird in tutto e per tutto? Non so se me la so gestire questa cosa. Ed infatti adesso sto scrivendo usando due dei miei otto tentacoli e mi meraviglio di come tu non abbia scritto nulla su di me e non mi abbia messo in uno dei tuoi romanzi.
La mia mania di completezza tassonomica, che mi porto dagli studi filosofici passati sui grandi sistemi di pensiero, che sognano di ordinare tutto il mondo con meno tag possibili, mi imponeva la profondissima domanda: «Ma a chi cazzo assomiglia quello che scrivo?» Un fottuto spaesato che, alla sonata età di 45 anni, dopo anni di letture, spesso di polpettoni illeggibili, terminati per puro senso di cristiano martirio, scopre di adorare il genere wired di cui, a quanto mi dicono dalla regia, tu sei uno dei padri fondatori, ecco chi ho scoperto di essere per colpa tua.
Adesso comincia a quadrare tutto. È perché sono weird che adoro le serie televisive di Real Time come “Vite al limite”, “Io e la mia ossessione”, o “Body Bizarre”. Per tornare al tuo Malpertuis e chiudere questa riflessione schifosamente weird, caro il mio Jean, il tuo Malpertuis ha dei tocchi di Poe e l’ingenuità di un fumetto. Sarebbe perfetto in fumetto. Ho letto che ne hanno fatto un film, diretto da Harry Kümel, nel 1971, che è l’hanno della mia nascita. «Un caso? Non credo» direbbe Adam Kadmon.
Grazie Jean, Grazie Francesco di avermi aperto questa “strana” porta su me stesso. P.S. Che per caso anche Terry Pratchett o Douglas Adams sono weird? No, perché li adoro e allora ho pensato che… (sfumando).

Il grande dio Pan

Caro il mio Arthur Machen, diciamocelo tra di noi, ché tanto non ci legge nessuno, può capitare di avere dei disturbi sessuali. Non c’è niente da vergognarsi se il tuo, almeno in questo racconto, sia stata l’eiaculazione precoce. Fatti controllare la prostata.
 
Ah sei morto? Ops, gaffe.
 
Lo so che non ci conosciamo e non è affatto carino da parte mia intrallazzare su tue presunte défaillances sessuali. Please allow me to introduce myself, come canticchiava il buon Mick Jagger, in “Sympathy for the Devil”. E la citazione pietrarotolante non è a caso, visto che questo tuo racconto è impregnato di puzza di zolfo dell’antico serpente tentatore. Sono un lettore attualmente invischiato nella letteratura weird e sono inciampato sul tuo racconto “Il grande dio Pan” dopo aver letto “Malpertuis” di Jean Ray. Devo ammetterlo, satanasso del mio Arthur Machen, sai come corteggiarlo un lettore. Incipit come il tuo se ne leggono pochi.
 
Due scienziati più fuori di testa del Dott. Frankenstein e del Dott. Stranamore ubriachi insieme alla festa di fine anno del liceo, che effettuano un esperimento su una giovane donna, per attivarle una parte del cervello in grado di far sparire la barriera tra mondo spirituale e mondo materiale. Aspetta un attimo, questa cosa mi ricorda qualcosa. Ah sì la ghiandola pineale di cartesiana memoria. Vabbè ma chi se ne frega.
 
Dopo l’operazione, la poveretta riesce a vedere il dio Pan e l’orrore che ne prova le incasina la testa, come una scatola di fiammiferi agitati, al punto che la disgraziata finisce per diventare una crasi tra un tronchetto dell’infelicità ed un involtino primavera terrorizzato, costretta com’è a passare il resto dei suoi giorni a letto con gli occhi sbarrati del terrore e non per le trasmissioni di Barbara d’Urso. Wow. Sì, proprio wow. Così si inizia una storia. Please allow me to introduce Pan, per chi sta sbirciando questa nostra chiacchierata weird. Per te, caro il mio Arthur Machen, Pan è sì il vecchio buontempone del pantheon latino, quello che rappresentava la vitalità e l’unione con la natura ed il creato, ma ci hai messo quella spolverata di buio di divinità celtica “Nodens”, il Nume dell’Abisso, che lo ha reso la fototessera del diavolo cristiano.
 
Risultato? Un tenebroso in grado di far impazzire chi lo incontra, fino ad indurlo all’autodistruzione. Un po’ quello che desideri quando ti rendi conto che quel bastardo del venditore ti ha fatto firmare rate eterne per un’aspirapolvere inutile: autodistruzione! Hai fatto diventare Pan, da emblema del werid, cioè del contatto con la meraviglia e l’insolito, ad una specie di filo della corrente scoperto: chi lo tocca rimane fulminato e si riduce in cenere, dopo aver sofferto anzichenò.
 
Che finaccia. Chi te lo doveva dire, Povero Pan? Me lo ricordavo così allegro e sempre arrapato e tu, caro il mio Arthur Machen, l’hai dipinto incazzato e mortifero. Ma bene lo stesso, caro il mio Arthur Machen, l’hai reso un personaggio interessante, che non vedo l’ora di conoscere e tanto mi basta. Dopo l’incipit bum bum, dai la stura a delle ellissi narrative, dei salti temporali, che portano uno dei due scienziati ad avere a che fare con misteriose morti, tutte da attribuire, dai referti medici, a spaventi sovrumani subiti dalle vittime, peggio di quando ti arriva una cartella esattoriale da Equitalia. E da questo momento, nella partitura musicale del tuo racconto appare il basso giallo della storia d’investigazione, ma una detection un tantino annacquata, dato che mi hai fatto capire subito chi sia l’assassino e come hanno tirato le cuoia i poveri malcapitati.
 
Non mi resta che scoprire i dettagli, giusto per il gusto di completare il puzzle. Continuo a leggere con l’unico obbiettivo di vedere finalmente Pan, in “corna e ossa”, che non è comunque una robetta da tutti i giorni. Una volta ho visto Antonella Clerici dal vivo, ma non so se sia proprio la stessa cosa. E dai dai dai. Che cosa succede a vedere Pan dritto negli occhi, senza occhiali da saldatore? A quando l’esplosione nucleare? Dai fai morire di paura un po’ anche me, caro il mio Arthur Machen. E invece ecco il tuo problemino idraulico: l’eiaculazione precoce. In cambio della mia attenzione e del tempo passato a leggere, tu che come mi gratifichi? Mi spieghi che Pan non può essere descritto. Roba da strapparmi quei due capelli che mi sono rimasti in testa. Tanto rumore per nulla, per finire nella pozzanghera misera di uno spiegone. Simili forze non possono essere nominate, non possono essere descritte o discusse, né immaginate, se non celate da un velo a da un simbolo, un simbolo che appare a più come un’eccentrica fantasia poetica, e ad altri come una storia priva di senso.
 
Fonte: Christian Lamberti – http://www.christianlamberti.com/biblioteca-del-crocevia/recensioni/il-grande-dio-pan-di-arthur-machen/ E no, non si fa così, caro il mio Arthur Machen.
 
Capisco l’eiaculazione precoce, ma mica devo essere io a rimetterci. Che schizzo da prete. Ehi un attimo. Chi è quel tizio che mi sta fissando da dentro l’iPhone? Chi è quel tipetto scuro in volto, con le zampe da capra? Ehi cos’è questo friccico n’er core? L’ictus alla mie età non mi pare il caso. Avviso a chi mi vuole un tantino di bene e sta leggendo questa mia capriola insensata. Accorrete con un portacenere, che mi sa che di me tra un po’ non rimarrà che un mucchietto di cenere. Il senso civico e la raccolta differenziata prima di tutto.