Alla ricerca del genere perduto

Tutti gli scrittori devono essere inscatolati un un genere, altrimenti che scrittori sono, no? Almeno questo è quello che mi insegnavano a scuola e che dovevo ripetere all’inizio di un’interrogazione di letteratura. Il problema è che non ho mai riflettuto su quale fosse il mio, perché troppo impegnato a scrivere, ma adesso quelli di Bookabook mi hanno messo alle strette. Certo fa strano parlare di se stessi e del proprio stile, perché dovrebbe essere il lettore a parlarne, visto che io non posso che mancare di oggettività. Siccome però tutti i critici letterari sono impegnati a fare cosa più importanti che intervistare me, tipo lavare la cuccia del cane o tagliarsi le unghie dei piedi, non posso che autoanalizzarmi, il che almeno ha il vantaggio di farmi risparmiare in psicanalisi.

Un giorno ricevo un messaggio di un regista che aveva sbirciato il mio profilo su LinkedIn. Mi chiedeva se avessi delle sceneggiature divertenti da inviargli. In quel periodo avevo smesso di fare lo sceneggiatore e l’unico scritto che avevo disposizione erano le bozze di «Tutti vogliono uccidere Dio». Gliele ho inviate e dopo poco mi ha scritto: «Mi sono divertito, ma è roba strana e purtroppo non tratto il genere distopico ontologico.»

Genere distopico ontologico? Era la prima volta che lo sentivo. Mi dovevo preoccupare? Sono corso anche i farmacia a chiedere una pomata, ma ne avevano solo per le emorroidi.

Da ipocondriaco provetto mi piazzo davanti al computer alla ricerca del genere, ma nisba. Nessuna traccia di genere distopico ontologico, anche se in compenso ho finalmente visto com’è fatto un pangolino.

Che fare? Non mi sono perso d’animo, ho scomposto genere distopico ontologico nelle sue componenti ed ho iniziato la ricerca sul genere distopico.

Una distopìa, o anche anti-utopia, contro-utopia, utopia negativa o cacotopia, è una descrizione o rappresentazione di una realtà immaginaria del futuro, ma prevedibile sulla base di tendenze del presente percepite come altamente negative, in cui viene presagita un’esperienza di vita indesiderabile o spaventosa. Ponendosi in contrapposizione ad un’utopia, una distopia viene tipicamente prefigurata come l’appartenenza ad un’ipotetica società o ad un ipotetico mondo caratterizzati da alcune espressioni sociali o politiche opprimenti, spesso in concomitanza o in conseguenza di condizioni ambientali o tecnologiche pericolose, che sono state portate al loro limite estremo.

Fonte: Wikipedia

Beh, allora il mio genere è non è distopico.

È DISTOPICO perché mi piace descrivere realtà immaginarie, perché descrivere e/o leggere descrizioni realistiche di personaggi, mi annoia alla morte. Se non c’è un po’ d’evasione, ormai alla mia veneranda età preferisco leggere un saggio.

NON È DISTOPICO perché non narro mai il futuro, ma il presente, al massimo qualche strisciatina di passato ed il mondo che racconto non lo vedo mai opprimente e pericoloso, ma al massimo surreale, paradossale e comico, forse anche perché ho iniziato la mia carriere di autore scrivendo cartoni animati, di cui da piccolo ero bulimico.

Se il mio genere allora è distopico quando la realtà da lontano per inquadrarla meglio, come fanno tutti i miopi, ma non lo è perché non ho paura della realtà, allora il genere distopico non inquadra completamente e non mi resta che andare ad analizzare la seconda parte della frase, l’ontologico. Nel prossimo posto però.

Dai un’occhiata al link: Campagna di crowdfunding di «Tutti vogliono uccidere Dio».

Potrai leggere le bozze in anteprima e lasciare una recensione sul sito di Bookabook.

Ogni piccolo gesto e condivisione del link può aumentare il bacino dei potenziali lettori e può avvicinarmi all’obiettivo di raggiungere le 200 copie di prevendite, grazie al quale «Tutti vogliono uccidere Dio» potrà uscir a riveder le stelle.

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