Il mio rapporto con la scrittura

Qual è il mio rapporto con la scrittura?


Scrivere, per me, è una malattia e la sua stessa cura.


È una malattia perché è un disturbo che porta ad allontanarsi dalla vita, per pensarla, invece che viverla. È uno sforzo inesauribile di raccogliere i cocci per tenere in piedi il vaso traballante del senso, uno sforzo che forse solo il buon Sisifo può capire.


Perché allora continuo a farlo, se è così faticoso? Perché scrivere è anche la cura a quel disturbo. È una via d’uscita, insieme all’arte in generale, dall’insostenibile pesantezza del rumore, miserabile acufene, dell’insoddisfazione latente e continua.


È attività terapeutica che mi aiuta a guardarmi da fuori, senza prendermi sul serio, decostruendomi e distruggendomi, per poi ricostruirmi. La parola greca per descrivere quest’attività di distruzione è «ironia». Senza questa inesauribile demolizione-ricostruzione, non mi rimarrebbe altro che prendermi sul serio e quello sarebbe il vero inferno.


Non esiste scrittura senza ironia. La scrittura è fatta della stessa sostanza della risata. Ridere, come scrivere, o come la bellezza in generale, mi fa guardare la vita da un’ottava più alta. Hai presente la tastiera del pianoforte? Do, re, mi, fa, sol, la, si e poi… di nuovo do, ma un’ottava più in alto? Ecco per me scrivere è fare continui salti di ottava a ritmo di grammatica.


Ultimamente ho sempre più l’impressione che, più che scrivere, io venga scritto. Lo so, non ha senso, ma ci hai fatto caso come iniziavano i proemi dei poemi greci? «Cantami, o diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli achei…» e non «Occhio, attenzione tutti, adesso vi racconto la storia dell’incazzatura di Achille». I poeti greci non scrivevano inventando, ma scrivevano dopo aver ascoltato dalla divinità. Qualcosa vorrà pur dire, no?

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