Call Center

Uno dei luoghi di Reboot è un Call Center, un logo surreale fatto di lacrime, sudore e questionari di soddisfazione cliente.

Quello che colpisce immediatamente di un Call Center è il costante brusio di fondo che solo chi abita ai piedi delle cascate del Niagara può capire. È il brusio degli operatori stipati e aggrappati per anni al mantra «è un lavoro temporaneo».

Il Call Center è un trauma vero, un senso di fallimento assoluto, la fine di ogni illusione di libertà, ma anche un mondo abitato da persone persone bellissime, di tutti i generi e classi sociali, dal laureato in ingegneria, a quello in lettere.

Ma esistono due tipi di Call Center, quello inbound, cioè dove sono i clienti a chiamare, e quello outbound, dove è l’operatore che chiama i potenziali clienti e gli si aggrappa agli stinchi nel miraggio di qualche spicciolo a chiusura di contratto. Quest’ultimo è l’inferno vero. Una guerra di trincea a colpi di contratti telefonici della stessa comprensibilità del lineare B cretese, ai quali i clienti, disturbati nei momenti meno opportuni, rispondono con l’artiglieria pesante di vaffanculo volanti.

Puoi leggere le bozze in anteprima e lasciare una recensione sul sito di Bookabook.

Ogni piccolo gesto e condivisione del link può aumentare il bacino dei potenziali lettori e può avvicinarmi all’obiettivo di raggiungere le 200 copie di prevendite, grazie al quale «Tutti vogliono uccidere Dio» potrà uscir a riveder le stelle.

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