Andrea Canevaro

La pedagogia speciale.

Pedagogista (Genova 1939 – Vivente).

La pedagogia speciale

Il pensiero di Andrea Canevaro è strettamente collegato all’ambito della pedagogia speciale, disciplina di cui il pedagogista è considerato il “padre”, in Italia e a cui dà una particolare interpretazione. La pedagogia speciale è un particolare ambito di ricerca pedagogica che si occupa dell’educazione di persone in situazione di handicap.

La Pedagogia speciale deve in primo luogo rispondere ai bisogni della persona disabile in modo specifico e personalizzato, dando luce all’unicità di ognuno, anche a chi è affetto da disabilità.

La Pedagogia speciale deve quindi primariamente cercare di valorizzare la differenza tra le persone e la loro unicità, in un’ottica di non esclusione sociale. Ciò significa essere in grado di riconoscere e valorizzare una diversità che può derivare da molti fattori, anche da un deficit, ma che è pur sempre fonte di ricchezza.

Compito dell’educatore, secondo Canevaro, è quello di trovare i giusti strumenti e contesti per dare luce ad ognuno nella sua peculiarità. Nel fare ciò, vi è anche una complessa operazione sociale, volta al superamento delle barriere, anche psicologiche, che comunemente vengono erette nei confronti di chi è diverso.

La pedagogia speciale deve operare con i propri mezzi per combattere l’esclusione sociale delle persone con disabilità: l’azione pedagogica deve essere interpretata in modo dinamico e interattivo, non statico, come una continua composizione elementi diversi. Non vi sono regole preformate e generalizzabili in pedagogia: ogni studente è diverso, unico, e l’abilità dell’educatore sta proprio nel trovare la via migliore per valorizzare la persona e la sua unicità.

Si tratta di un approccio complesso alla pedagogia, esito anche degli influssi della corrente di pensiero chiamata pedagogia istituzionale, filone di pensiero di cui Canevaro è il principale esponente italiano e che dà particolare importanza alla creazione di contesti ed interventi personalizzati.

Un altro pilastro fondamentale della prospettiva di Canevaro risiede nell’approccio dinamico e flessibile alla disciplina: il compito della Pedagogia speciale, nella prospettiva sottolineata dall’Autore, è quello di connettersi con diverse discipline in modo da far nascere e diffondere una nuova visione e nuove pratiche nell’ambito della disabilità e, più in generale, delle differenze. La positività deve essere un elemento caratterizzante della Pedagogia speciale, che porta a leggere la situazione di handicap con un’ottica di miglioramento e inclusione.

Integrazione e inclusione

Il concetto strettamente collegato alla pedagogia speciale è sicuramente quello di “integrazione sociale”, termine che va però contestualizzato e ben definito.

L’integrazione si configura inizialmente come un’azione complessa, volta a combattere appunto la segregazione delle persone disabili, cercando di ridurre i dispositivi e i contesti che isolavano il “diverso” in spazi specifici. Si è cercato di “integrare” la persona disabile negli stessi luoghi dedicati ai cosiddetti “normodotati”, cercando di far sentire anche chi era portatore di handicap parte della società.

Canevaro è uno dei massimi esponenti nazionali sul tema dell’integrazione, favorendo i legislativi e sociali in questa direzione.

Con l’evolversi degli studi nell’ambito della pedagogia speciale, vi è un progressivo abbandono della parola “integrazione”: tale termine rimarca infatti l’esistenza di un contesto o ambiente con determinate caratteristiche e parametri di “normalità “, a cui viene “integrato” qualcosa di diverso, che prima non c’era, e che viene adattato al contesto preesistente.

Quando si “integra”, per definizione, ci si riferisce infatti all’inserimento di qualcosa di esterno in una realtà già formata e preesistente. In quest’ottica, non vengono valorizzate le differenze come una naturale varianza dell’umanità, ma sembra che la persona disabile sia un corpo esterno inserito in una società composta da normodotati avente di fatto caratteristiche proprie. Canevaro introduce il concetto di inclusione.

Questo termine amplia l’approccio, inserendo la diversità (e la disabilità) nella naturale variazione delle personalità umane: non si tratta di qualcosa di esterno o da inserire in una società già esistente, cambiando qualcosa, ma fa parte della società stessa. Un elemento incluso in un gruppo, per definizione, fa parte di quella realtà esattamente come tutti gli altri. Agire in prospettiva inclusiva non significa dimenticare o sopprimere il deficit. L’handicap rimane una componente della persona disabile, ma tale caratteristica non serve a rimarcare una diversità rispetto alla maggioranza: si tratta piuttosto dell’espressione della naturale diversità umana.

Handicap e ambiente

Secondo Canevaro, la “situazione di handicap” non considera primariamente il danno in sé, come sarebbe facile presupporre, ma si tratta di un concetto multifattoriale, strettamente collegato anche al contesto storico, culturale e ambientale: la situazione di handicap si costituisce infatti dalla combinazione di molti elementi. La disabilità è frutto dell’interazione di diversi fattori: vi è senza dubbio una componente personale, legata al deficit in sé, ma tale aspetto si può esprimere in molti modi a seconda delle caratteristiche del contesto con cui ci si relaziona. Canevaro parla di “vettore di handicap” in quanto la disabilità è l’insieme della menomazione fisica o psichica e delle conseguenze che una situazione socioculturale aggiunge ad essa.

Il contesto può infatti aumentare o ridurre le difficoltà per una persona disabile a seconda di come si presenta: possono esserci dispositivi materiali che facilitano o inibiscono la persona disabile (discese o scalini, ascensori o scale, percorsi per ipovedenti..), ma anche atteggiamenti valori e comportamenti possono influire sul grado di disabilità di una persona. Si tratta quindi di una condizione dinamica, che dialoga con il contesto e che può assumere caratteristiche differenti a seconda delle risposte che la realtà restituisce alla persona stessa. È possibile quindi agire sul contesto diminuendo le barriere alla partecipazione: l’educatore, o la società in genere, può agire su caratteristiche ambientali al fine di creare un contesto inclusivo che faciliti la partecipazione di tutti, anche di chi ha caratteristiche psicofisiche diverse dalla maggioranza.

Lavorare per la riduzione dell’handicap significa allora ricercare l’elemento dato, che è il deficit, e scoprire come tutte le altre variabili possono essere ridotte.

Handicap e identità

Andrea Canevaro ritiene che l’identità sia uno degli aspetti più interessanti da considerare quando si opera a contatto con persone disabili. Queste ultime possiedono, secondo l’Autore, un'”identità plurale”, non statica, aperta ad accogliere sempre nuovi elementi. Troppo spesso, quando ci si relaziona con persone affette da disabilità, si rischia di semplificare troppo la loro identità, senza considerarne la complessità. Un errore di questo tipo porta a rapportarsi con la persona disabile usando tecniche e approcci specifici e prestabiliti per ciascun deficit (ad esempio in condizione di cecità si pensa quasi sempre e solo al Braille).

In una interpretazione di questo tipo, l’identità del disabile viene intesa come assoluta, cioè statica e strettamente legata alla “categoria” determinata dal deficit.

L’identità assoluta e identità della normalità costituiscono la tragedia dell’identità: un approccio di questo tipo impedisce infatti di vedere la persona nella sua unicità, per ciò che veramente è, andando oltre i preconcetti.

L’Autore continua poi col concetto di pregiudizio, e sostiene come a volte siano il nostro credere e le nostre certezze a determinare la qualità della relazione interpersonale e la percezione che il soggetto disabile ha di se stesso: spesso gli atteggiamenti che si assumono con le persone disabili sono fortemente influenzati da stereotipi e pregiudizi riguardo all’handicap, dalle paure e dalla disinformazione legati a ciò. Tali relazioni vengono infatti vissute con un atteggiamento spesso pregiudizievole e generalizzato, e non di rado rischiano di assumere un carattere drammatico o tragico. Non si guarda a come la persona è realmente, ma la si considera soltanto in base ad “etichette preformate” e generali.

Tale emozione può derivare da aspetti legati primariamente alla fisicità, che può rendere difficile l’identificazione di un “normodotato” con una persona disabile. Ma vi sono anche motivazioni più complesse legate alla paura del diverso in un ordine più astratto: nella persona handicappata si può infatti immaginare la storia di una persona che ha subito profondi difficoltà, facendo pensare a un futuro molto negativo e predestinato. Si tratta di concezioni fortemente radicate, che influenzano i comportamenti e le relazioni interpersonali con chi è portatore di handicap, anche in una società che cerca di favorire l’inclusione: è infatti estremamente difficile per i “normodotati” dentificarsi in una persona disabile, e in questo non ha di certo aiutato la lunga storia di segregazione ed esclusione sociale già citata. È necessario quindi agire sulla società, far conoscere il diverso come una delle tante espressioni della vita umana: solo in questo modo sarà possibile affrontare le paura e i pregiudizi legati ad esso, rendendo l’handicap una delle naturali espressioni della vita umana, e non più una condizione umana di “serie B”.

Riposizionamento

In uno degli scritti più recenti di Andrea Canevaro, “Le logiche del confine e del sentiero”(2006), si ritrova la nozione di riposizionamento, un concetto di fondamentale importanza nell’ambito della pedagogia speciale. Secondo il nostro Autore, ciò rappresenta la possibilità che un individuo si collochi nella propria vita in modo diverso rispetto a quello che sembrava essere il suo “destino”. Nell’ambito della disabilità, ancor più che in assenza di menomazioni, è molto facile che alla persona con handicap sia “attribuito” un percorso di vita predeterminato, con aspettative poco flessibili rispetto ai percorsi da intraprendere e alle scelte effettuabili. Nell’accezione proposta, l’Autore vuole invece porre l’accento sul fatto che non esiste un’unica via da seguire, un destino predeterminato: riposizionarsi significa dare luce e possibilità di esistere a tutte le diramazioni di un percorso di vita, togliendolo da quella sorta di determinismo che a volte viene associato ad alcune persone, specie se in condizione di disabilità. Nell’ottica del riposizionamento, secondo Canevaro, ognuno deve essere consapevole di tali possibilità: ognuno ha una propria meta ideale, che anche se magari non sarà raggiunta, può essere avvicinata con molteplici e percorsi e differenti scelte. Il riposizionamento ha uno stretto legame con opere di riflessione sulla propria biografia e sugli elementi significativi della propria vita, punti di partenza per ridisegnare il proprio percorso. Riposizionarsi significa quindi anche comprendere quali sono le proprie aspettative e le proprie mete, cercando poi di collocarsi nella vita anche attraverso percorsi inediti. Non si tratta di un’operazione egocentrica e centrata solo su di sé, ma deve comprendere anche l’incontro e confronto con il contesto e con altre esperienze, in un’ottica arricchente che permetterà di configurare meglio il proprio riposizionamento. In un’accezione più astratta, riposizionarsi significa anche capire la necessità di aprire la propria mente a una circolazione maggiore di idee e di possibilità. Si tratta di una flessibilità mentale che aiuta a distaccarsi da percorsi predeterminati e definiti, aiutando quindi il riposizionamento.

Mediatori/bricolage

Il bricolage è l’utilizzo di quello che c’è intorno a sé, di quello che si trova, per effettuare un’attività di problem solving creativo. Si tratta di una tecnica che non si basa quindi unicamente sulla specializzazione degli strumenti e sulla loro funzione “originale”, ma piuttosto gli oggetti vengono adattati a scopi inediti in base al problema. A partire da questa definizione, è possibile evidenziare un’importante riflessione pedagogica fatta da Canevaro: anche se si tratta di un concetto coniato da François Jacob, l’Autore riprende l’idea di bricolage collegandola agli apprendimenti e al percorso di crescita di una persona. In questi ambiti è infatti possibile “attaccare insieme” elementi che non sono nati per stare uniti, creando percorsi e collegamenti inediti e imprevisti, fatti ad hoc per quella persona. A livello pedagogico si tratta di un concetto molto importante, che aiuta a creare nuove vie e una più ampia diramazione di possibilità quando si opera con i propri educandi. Collegato a ciò, viene ripreso anche il concetto di mediatori, intesi come strumenti integrativi che, lavorando in sinergia e collegati l’uno all’altro, permettono una maggiore partecipazione della persona disabile riducendo le barriere.

Chi vuole superare i problemi che si incontrano quando in classe c’è un bambino con bisogni educativi speciali deve appoggiarsi ai mediatori. Nell’opera educativa si tratta di un concetto molto importante: è il docente che deve allestire percorsi personalizzati, trovando e gestendo anche oggetti e mediatori che possano rendere più efficace il percorso di crescita dell’educando. I mediatori sono strumenti di vario genere, scelti in modo specifico per rendere più efficace una certa situazione: possono esserti supporti fisici o astratti che aiutano a ridurre le barriere alla partecipazione e all’apprendimento degli studenti con disabilità. Un esempio di mediatori potrebbero essere la scrittura Braille, tecniche audiovisive, supporti fisici, film, strumenti iconici, comunicazione facilitata: qualsiasi sia il mediatore scelto, l’importante è che esso sia effettivamente efficace per quella persona e che ne favorisca la partecipazione e l’inclusione.

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