Martin Hoffman

L’empatia.

Psicologo americano (1950 – Vivente).

Lo sviluppo dell’empatia

Il modello elaborato da Hoffman fornisce una descrizione dello sviluppo dell’empatia articolata e complessa.
Hoffman propone un modello a tre componenti: affettiva, cognitiva e motivazionale.


Hoffman, infatti, estende la definizione di empatia a una serie più ampia di reazioni affettive coerenti con il sentimento provato dall’altro e colloca le prime manifestazioni di empatia nei primissimi giorni di vita. Egli, inoltre, non considera l’empatia come qualcosa di “unitario”, ma l’articola in diverse forme che, man mano che procede lo sviluppo, diventano più mature e sofisticate. Secondo Hoffman lempatia si manifesta fin dai primi giorni di vita. Questa considerazione riflette la maggiore autonomia e rilevanza attribuita alla dimensione emotiva dell’empatia:

  • Nelle primissime manifestazioni empatiche, infatti, è la dimensione affettiva ad avere il ruolo di maggior rilevanza, mentre la dimensione cognitiva è pressoché assente. Nell’arco del primo anno di vita i bambini non possiedono che una capacità empatica glo bale, ovvero la capacità di rispondere in via riflessa, per semplice contagio emotivo”alla sofferenza altrui in una condizione di sostanziale confusione fra sé e l’altro: quanto accade è percepito come se accadesse a se stessi. Procedendo nello sviluppo, la componente cognitiva acquisirà un’importanza crescente e si compenetrerà sempre di più con quella affettiva, permettendo lo sviluppo di forme più evolute di empatia.
  • Solo dopo il primo anno di vita i bambini svilupperebbero quella che Hoffman definisce un’empatia egocentrica quasi-egocentrica dove i bambini, davanti alle sofferenze di un’altra persona, intervengono sostanzialmente per lenire il disagio che queste provocano a se stessi (distress empatico) o offrendo l’aiuto che loro stessi vorrebbero ricevereQuesto perché nel bambino è presente, in linea con le teorie di Piaget sullo sviluppo cognitivo, una forma di pensiero rigidamente egocentrico in base alla quale il bambino percepisce tutto ciò che gli accade come riferito a se stesso.
  • Solo con lo sviluppo del linguaggio, verso i 3 anni e poi con la comparsa di una forma di pensiero più decentrato verso i 6-7 anni si sviluppano nei bambini capacità empatiche più mature. Con esse aumenta la capacità, mediata dal linguaggio, di assumere una differenziazione fra gli stati mentali propri e altrui e di fornire un aiuto, appunto come lo definisce Hoffman, appropriato alla specificità della situazione.

Oltre alla componente cognitiva e a quella affettiva, secondo Hoffman interviene nell’esperienza empatica un terzo fattore: la componente motivazionale.

Lesperienza di empatizzare con una persona che sta soffrendo, infatti, rappresenterebbe una motivazione per mettere in atto comportamenti di aiuto. L’effetto motivante dipende dal fatto che condividere l’emozione dell’altro, soccorrendolo, fa provare a chi aiuta uno stato di benes- sere; viceversa, la scelta di non confortare l’altro porterebbe con sé un senso di colpa. L’empatia, nella sua forma più matura, si caratterizza quindi come una risposta a un insieme di stimoli comprendenti il comportamento, l’espressività e tutto ciò che si conosce dell’altro. L’ac- quisizione di questa funzione, dato l’alto livello di complessità dei meccanismi cognitivi implicati, ha un’evoluzione graduale che trova, in buona parte delle persone, pieno compimento intorno ai 13 anni.Solo in adolescenzainfatti, si svilupperebbe un’empatia che, oltre alla situazione contingente, valuterebbe le generali condizioni di vita e la persona nella sua globalità integrando valori e giudizi morali.

Queste diverse forme di empatia secondo Hoffman non sono soppiantate da quelle più sofisticate, ma permangono insieme: le espressioni non verbali di sofferenza sono quelle che continuano a suscitare forme di “contagio” empatico e involontario anche nell’adulto.Al contrario, empatizzare o tener conto del racconto di terzi piuttosto che della nostra conoscenza personale richiede competenze emotive e cognitive più mature che consentano di immedesimarsi nella sofferenza altrui in qualità, ma non in quantità, senza cioè farla propria, ma mantenendo un sufficiente distacco per poter fornire l’aiuto necessario.

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