Cambiare per non morire

Basta avere un protagonista e un antagonista sistemati a puntino per avere un conflitto coi fiocchi e tirarsi fuori dal blocco dello scrittore? Magari. Purtroppo c’è anche il terzo punto.

PUNTO NAMBER TRÌ: il conflitto richiede che i personaggi cambino.

Il cambiamento del personaggio è il test di gravidanza che uso per capire se la storia funziona.

Se i personaggi, all’inizio della storia, hanno un valore «-», alla fine della storia devono avere il valore «+», o viceversa, altrimenti è calma piatta, quindi niente conflitto e «no conflitto, no party».

Il conflitto può essere interiore. Ne «L’Idiota» di Dostoevskij, non è che accadano avvenimenti a perdifiato, tipo Fast and Fourious, ma i cambiamenti interiori del protagonista sono talmente tanti e rapidi, che Fast and Fourious je spiccia casa.

Il conflitto può essere anche esteriore, tipo «Il Signore degli Anelli»? Fare una lista di tutti i soggetti che rincorrono quel maledettissimo anello, con le proprie motivazioni e obbiettivi, è impresa titanica.

Quando riesco a conciliare il conflitto interiore con quello esteriore… bingo, il blocco creativo è superato e si ricomincia il viaggio.

A te è mai capitato che i personaggi non cambiassero, tipo busti di marmo al Gianicolo?

Vettore Vs Vettore

È sufficiente mettere a punto il conflitto del protagonista per rimettere in moto una storia?

Continuo con la serie «cose banali, ma mai completamente digerite»: il secondo punto del conflitto.

PUNTO NAMBER TÙ: il conflitto, oltre a un soggetto A (protagonista), richiede un soggetto B (antagonista).

Quando sono in pieno blocco narrativo, mi armo di fogli e matita e comincio a fare schemini e ::disegnini:: , con la speranza di mettermi in moto. A volte resto solo con dei fogli decorati, ma spesso funzionano.

Protagonista e antagonista, corredati di corrispettivi, li disegno come uno scontro tra due vettori che insistono su un medesimo punto. Quel punto solitamente è la scena madre, quel momento in cui tutti i nodi vengono al pettine. Mi piace immaginarlo come una pallina di gomma che si deforma sotto le due forze, ma ti consiglio di non prendere troppo sul serio le mie immagini. Ieri sera, ad esempio, ho immaginato un cammello che ballava il twist.

Il cadavere di Polinice al centro, Antigone che spinge da una parte e Creonte che spinge dall’altra. Era meglio il cammello che balla twist, mi sa.

Ti è mai capitato di avere una storia con un antagonista debole, o proprio senza antagonista? Li fai pure tu i disegnini?

No conflitto, no Party

Quando ho il bocco dello scrittore, quasi sempre è perché il conflitto della storia è più poverello di San Francesco.

Partiamo da una storia che funziona. Una ragazza decide di dare sepoltura al cadavere del fratello contro la volontà del re. Chi ha ragione? Tutti e due. Una tragedia… nello specifico «Antigone» di Sofocle.

Funziona per via del conflitto coi fiocchi. Ho aperto il conflitto e dentro ci ho trovato quattro punti, che uso per riparare le storie.

PUNTO NAMBER UÀN: il conflitto richiede un soggetto A, cioè un protagonista.

«Grazie al cavolo» stai pensando. Duro, ma giusto, ma cosa intendi tu con «protagonista»?

Per me qualunque cosa può essere un protagonista, purché:

  1. faccia delle scelte;
  2. ne paghi le conseguenze.

Se mancano, chi legge, o ascolta, non trova quella complicatissima umanità con cui ha a che fare ogni giorno. Nelle storie ci si aspetta di trovare il manuale d’uso di quella umanità, o almeno la rassicurazione di non essere l’unico a non averne capito le istruzioni di montaggio.

Conflitto e protagonista sono la stessa cosa: faccio scelte e ne pago le conseguenze. Questo movimento si chiama «narrazione».

Ogni volta che rafforzo il conflitto del protagonista, le storie ripartono.

E tu hai mai scritto una storia con un protagonista senza conflitto?

Il blocco narrativo

Che fai quando la tua storia ti lascia a piedi? Non parlo solo di narrativa, ma di qualsiasi tipo di testo, dal Copywriting alla creazione di contenuti social.

Quando stavo scrivendo il mio primo romanzo mi ero bloccato qui: Tony non è né bello, né brutto, né ricco, né povero, né triste, né felice e non ha niente da fare, ma vuole essere felice.

Pensa e ripensa, mancavano quattro cose:

  1. la definizione del personaggio;
  2. un obbiettivo interessante;
  3. ostacoli difficili da superare;
  4. l’arco di cambiamento.

Ce li ho messi e «Ultra» me l’ha pubblicato:

  1. Tony è un frustrato trentenne che lavora in un Call Center;
  2. deve riuscire a passare da interinale a «tempo indeterminato»;
  3. Dio lo chiama a lavoro e gli chiede aiuto a non far finire il mondo;
  4. grazie alla frequentazione di Dio, Tony non solo salva il mondo, ma anche che la felicità non è affatto far quello che ti pare.

Ma perché Dio dovrebbe chiamare un Call Center? Boh! Ma sono proprio dubbi come questi che mi tirano fuori dalle sabbie mobili.

Quali sono invece i motivi dei tuoi blocchi narrativi? Come li risolvi?