Wilhelm Wundt

Psicologo e filosofo tedesco (Manneheim 1832 – Grimma 1920).

La psicologia scientifica

Wundt ebbe una notevolissima influenza sugli sviluppi della moderna psicologia scientifica. Essenziale il suo contributo alla fondazione di una psicologia come scienza autonoma, sia dal punto di vista metodologico – assumendo come paradigma sperimentale quello psicofisico, sia dal punto di vista teorico, sia, infine, da quello della ricerca empirica in senso stretto.

Lo strumento privilegiato per lo studio dei processi psichici elementari (sensazioni, sentimenti, ecc.) è, secondo l’impostazione di Wundt, rigorosamente aderente alla tesi di un parallelismo psicofisico, alla tesi cioè dell’esistenza di due serie parallele di fenomeni, quelli fisici in generale e quelli psichici, che si rivelano all’introspezione. Dal punto di vista metodologico, l’introspezione va esercitata su contenuti psichici semplici e precisamente quelli che insorgono nella coscienza del soggetto in situazioni appropriate (quelle del laboratorio) con la somministrazione di stimoli opportunamente scelti in base alle loro proprietà fisiche.

I processi psichici superiori (il pensiero, per es.) non possono essere colti dall’indagine sperimentale e Wundt ne tratterà, in un’ottica di evoluzionismo sociale e culturale, nella sua Völkerpsychologie, dove prenderà altresì in considerazione lingua, mito, costumi, ecc., sintetizzando i risultati delle indagini etnografiche, filologiche, linguistiche e storico-religiose del suo tempo.

Nel campo della psicologia sperimentale si devono a Wundt direttamente o alla sua scuola una messe vastissima di ricerche (ricerche sui processi sensoriali – sulla visione in specie -, determinazione di soglie percettive, studi sull’associazione, cronometria, ossia ricerche sui tempi di reazione al fine d’individuare la durata dei singoli processi psichici, come discriminazione, decisione, ecc.).

In filosofia, pur accogliendo la concezione, propria del positivismo, del sapere filosofico come sistemazione delle conoscenze fornite dalle singole scienze, pervenne a una sorta di idealismo spiritualistico, con una particolare accentuazione della nota volontaristica. Grandissima fu la fama di W. presso i contemporanei; tra i suoi allievi ve ne furono moltissimi stranieri, che dopo un periodo di formazione a Lipsia, fondarono in altri paesi europei e negli USA dei laboratori di

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Max Wertheimer

Psicologo ceco (Praga1880 – New York 1943).

Gestalt

Fu uno dei maggiori esponenti della psicologia gestaltistica.

Con i suoi primi studi, Wertheimer gettò le basi per l’introduzione del concetto di Gestalt come supporto teorico per le sue “scoperte” sperimentali. Questa teoria afferma la supremazia della struttura globale sulle parti componenti il tutto, è più della somma delle sue singole parti.

Tra il 1910 e il 1912 Wertheimer pubblicò 2 articoli antropologici che possono definirsi i veri e propri atti di nascita della teoria gestaltista.

Nel primo studio, l’autore analizzò la produzione musicale di tribù antiche; mentre è nella seconda pubblicazione relativa le abilità numeriche dei popoli antichi, che si ritrovano le idee principali della Gestalt.
In quest’ultimo articolo Wertheimer descriveva la percezione del movimento fenomenico o stroboscopico dato da un reale stimolo fisico luminoso in movimento nello spazio. Ad esempio, due luci posti in due diversi punti dello spazio che si illuminano in modo alternato ad una certa frequenza temporale producono l’impressione di uno stimolo luminoso che si muove dal punto A al punto B (come si può sperimentare guardando l’esempio delle luci di Natale); perciò la percezione non corrisponde direttamente alla realtà fisica. Secondo l’autore perciò la percezione finale non è data dalla somma dei singoli elementi sensoriali ma è qualcosa di diverso e di più rispetto ad essi; è una Gestalt, appunto. Questo movimento realizzato mediante uno stroboscopio era già noto agli psicologi e ai bambini ma fu Wertheimer a intuirne il significato ai fini di una teoria. Questo fenomeno metteva in discussione la teoria strutturalista che doveva ammettere che non poteva darsi movimento senza uno spostamento corrispondente nella retina, infatti, nel movi- mento stroboscopico gli elementi sono statici e pure viene percepito un movimento.

Le leggi di organizzazione delle forme percettive

Nel 1923 Wertheimer enunciò i fattori che presiedono l’organizzazione delle forme percettive: le parti di un campo percettivo tendono a costituire delle gestalt che sono tanto più coerenti, solide, unite quanto più gli elementi sono: vicini (legge della vicinanza), simili (legge della somiglianza), tendono a formare linee chiuse (legge della chiusura), sono disposti lungo la stessa linea (legge della continuazione), si muovono concordemente (legge del destino o moto comune).

A queste cinque leggi Wertheimer ne aggiunse altre due: la legge della pregnanza e la legge dell’esperienza passata. Per la legge della pregnanza o bontà di una forma i gestaltisti intendevano

una serie di caratteristiche che rendevano questa forma armonica, simmetrica, semplice. Ad esempio, un cerchio è più pregnante di uno ovale, e un triangolo equilatero è più pregnante di uno isoscele. La legge della pregnanza afferma che le parti di un campo percettivo tendono a costituire delle Gestalt più pregnanti. Questa legge è stata successivamente ampliata alla memoria e in particolare alle modificazioni che subisce la traccia mnestica che tende con l’andar del tempo a farsi sempre più regolare e a cancellare eventuali disarmonie.

Per quanto riguarda la legge dell’esperienza passata, i gestaltisti ammettevano che l’esperienza fosse in grado di influenzare i processi di base che portano alla strutturazione del campo fenomenico imponendo dei vincoli in grado di imporre certe organizzazioni a discapito di altre.

Isomorfismo

La teoria tradizionale della Gestalt affermava un isomorfismo tra mondo fenomenico ed eventi cerebrali che però non si traduceva in un parallelismo tra mentale e fisico. Il punto chiave e che il mondo fenomenico non è il mondo della vita mentale ma ciò che alla vita mentale appare. La vita mentale, invece, corrisponde allo svolgersi di processi fisiologici, ed è a queste entità che la psicologia della Gestalt e ha dato il nome di isomorfismo.

Esistono due concezioni diverse di isomorfismo una enunciata da Kohler che è la più popolare e l’altra enunciata da Wertheimer.

Secondo Kohler l’isomorfismo corrisponde a una identità strutturale tra eventi del campo feno- menico ed eventi del sistema nervoso centrale.

Per Wertheimer il mondo reale, al di là di quello fenomenico, non solo aveva una specifica esi- stenza ma anche una precisa logica interna, e le sue strutture potevano essere rappresentate matematicamente. Le attività cognitive del soggetto dovevano allora consistere nel cogliere questa presentazione, per questo, il mondo fenomenico doveva essere strutturalmente identico e isomorfo al mondo reale. ed è proprio qui che si osserva l’influenza esercitata da Spinoza.

Lo sforzo di Wertheimer è quindi quello di determinare i costrutti logico matematici applicabili al mondo fenomenico e le loro corrispondenze con il mondo degli stimoli e della realtà.

Il modello di campo

Questo modello fu approfondito da Kohler secondo il quale il sistema percettivo è un sistema fisico che tende verso uno stato di equilibrio. il sistema, inoltre, appare come un campo totale un insieme di forze interagenti in cui ogni oggetto che viene introdotto modifica l’equilibrio delle forze presenti e agisce su un altro oggetto che è presente nel campo.

Questi effetti oltre a verificarsi nel mondo inorganico della fisica si hanno anche in quello organico della fisiologia e della psicologia. Per questo motivo la teoria della forma è stesso chiamata teoria del campo poiché tra il mondo fenomenico studiato dalla psicologia e il mondo psicologico studiato dalla fisiologia esiste un isoformismo dato dalla identità di legge di strutturazione che regolano entrambi i mondi.

L’Insight

Oltre agli studi sulla percezione ci furono altre aree di ricerca costituite dal pensiero e della memoria. Kohler condusse una serie di esperimenti sulla intelligenza dei primati (scimmie antropoidi). Gli scimpanzé dovevano trovare una soluzione (unire due canne e salire su delle casse) per raggiungere uno scopo (una banana) Kohler osservò che gli animali compivano una serie di prove ed errori ma improvvisamente arrivavano alla soluzione attraverso un processo di pensiero denominato secondo il termine inglese insight (intuizione, visione). L’interpretazione fornita da Kohler si opponeva alla teoria della semplice associazione di esperienze precedenti. L’autore voleva mettere in evidenza che vi era stata una ristrutturazione di tutte le esperienze passate e delle condizioni presenti che andava al di là della loro semplice somma e che consentiva una nuova visione del problema. Per questo motivo, insisteva molto sul concetto di struttura di campo secondo cui gli elementi sparsi nel campo visivo dell’animale assumano grazie all’ insight un significato diverso organizzandosi gli uni con gli altri in una nuova totalità.

Donald Woods Winnicott

Pediatra e psicoanalista britannico. (Playmouth 1896 – Londra 1971).

La psicoanalisi

Nel suo articolo “L’uso di un oggetto” in Esplorazioni psicoanalitiche, spiega la differenza tra il mettersi in relazione con un oggetto e l’uso dell’oggetto.

Nel mettersi in relazione il soggetto permette che nel sé avvengano dei cambiamenti e che essi siano accompagnati da un certo grado di coinvolgimento fisico.

La costruzione del vero Sè o del falso Sè

Winnicott pensa che vi sia un Sé “potenziale o nucleare”, espressione di “una potenzialità eredi- taria di sentire la continuità dell’esistenza e di acquisire a modo proprio e con un proprio ritmo una realtà psichica e una schema corporeo personali”.

Proprio lo stretto legame che vi è fra mente e corpo fa sì che il Sé compaia “non appena c’è un accenno di organizzazione mentale e significhi poco più della formazione di dati sensoriali-motori”. È da questa concezione del Sé che si origina la proposta dell’autore di distinguere tra un vero Sé e un falso Sé. Il vero Sé sarebbe il “gesto spontaneo”, l’idea personale, il sentirsi reale e creativo. Il falso Sé, invece non farebbe “altro che raccogliere insieme gli elementi dell’esperienza del vivere”. La sua funzione sarebbe, dunque, quella di costruire una protezione di fronte ad un ambiente che si è rilevato molte volte inadeguato ad anticipare il bisogno del bambino, costringendolo a subire una realtà esterna frustante. La madre non “sufficientemente buona” non ha colto e valorizzato il gesto del figlio ma ha sostituito “il proprio gesto chiedendo al figlio di dare ad esso un senso tramite la propria condiscenda Questa condiscenda è lo stadio più precoce del falso Sé, e dipende dall’incapacità della madre di capire i bisogni del figlio”.

Il bambino pertanto, è costretto a dare senso da solo al proprio gesto, ma per farlo userà la con- discenda imitativa ma che è lontana dal vero Sé. Tuttavia, il bambino può esprimere la propria protesta per questa sua condizione tramite “un’ir- requietezza generale e/o disturbi dell’alimentazione”. Queste manifestazioni possono scomparire o ripetersi in modo diverso o presentarsi, in forma più acuta, in altre fasi dello sviluppo. Il falso Sé nasce, dunque, come difesa del bambino di fronte ad un ambiente primario che non si adatta sufficientemente bene ai suoi bisogni.Mediante il falso Sé il bambino si crea un sistema di rapporti falsi che sembrano reali, egli “diventa proprio come la madre, la balia, la zia, il fratello e qualsiasi persona che in quel momento domini la scena”. L’esistenza del vero Sé è così nascosta, poiché ci sono richieste ambientali impensabili e la realtà diviene non tollerabile.Naturalmente ognuno di noi ha, in misura variabile, un falso Sé, poiché, senza di esso, saremmo persone “con il cuore in mano”, troppo vulnerabili di fronte agli altri.
L’uso di un oggetto e le identificazioni per entrare in rapporto con l’oggetto stesso Nell’osservazione dei bambini piccoli in una situazione prefissata”, Winnicott descrive la reazione di bambini lattanti ad una spatula, un “abbassa lingua di metallo luccicante”, posta sul tavolo davanti a loro in un ambulatorio pediatrico. La risposta del bambino si svolge in tre stadi: il primo è di avvicinamento interessato ma sospettoso; il secondo, in cui la spatula è in suo possessoe la sente come parte di sé, come mezzo per appagare i desideri; nel terzo stadio l’esercizio è di liberarsi dalla spatula.L’assunto di base di questo lavoro è “l’uso di un oggetto e l’entrare in rapporto attraverso identi- ficazioni”.

Winnicott spiega la differenza tra il mettersi in relazione con un oggetto e l’uso dell’oggetto. Nel mettersi in relazione il soggetto permette che nel sé avvengano dei cambiamenti e che essi siano accompagnati da un certo grado di coinvolgimento fisico.

Per usare un oggetto, il soggetto deve aver sviluppato una capacità di usare oggetti e ciò fa parte del passaggio al principio di realtà.Questa capacità, secondo l’autore, non è innata, né si può dare per scontata in quanto lo sviluppo della capacità di usare un oggetto fa parte del processo maturativo che dipende da un ambiente facilitante e supportivo.

Winnicott sostiene che tra il mettersi in relazione e l’uso dell’oggetto, ci deve essere la capacità del soggetto di collocare l’oggetto fuori dell’area del controllo onnipotente, percependo l’oggetto come qualcosa esterna da sé e non come un’entità proiettiva.

Questo passaggio è dato da precisi momenti che l’autore sintetizza schematicamente:

  1. il soggetto entra in relazione con l’oggetto;
  2. l’oggetto è in processo di venire trovato invece che posto dal soggetto nel mondo;
  3. il soggetto distrugge l’oggetto (quando l’oggetto diventa esterno);
  4. l’oggetto sopravvive alla distruzione da parte del soggetto;
  5. il soggetto può usare l’oggetto.

Pertanto, Winnicott mette un accenno importante all’aggressività intesa come fattore positivo della crescita, poiché nel momento in cui il soggetto capisce che l’oggetto sopravvive ai suoi attacchi, ha la capacità di porlo al di fuori dei suoi meccanismi proiettivi. Infatti, adesso il soggetto ha potuto creare una realtà condivisa, in cui il soggetto può usare e può riportare una “sostanza diversa-da-me”.

Questi concetti si verificano anche nel transfert e ci aiutano a sperimentare ed esaminare il comportamento del paziente nella situazione analitica; attraverso la realizzazione affettiva ed immaginativa del soggetto, infatti, l’analista funziona come oggetto transizionale oggetto oggettivo.

Robert Sternberg

Psicologo statunitense (New Jersey 1949 – Vivente).

Le Intelligenze multiple

La teoria delle tre intelligenze di Sternberg si colloca nell’ambito degli studi sulle intelligenze multiple che hanno in H. Gardner il principale e più conosciuto esponente.

Nel 1994 lo psicologo Robert J. Sternberg ipotizzò una propria teoria sul pensiero intelligente. Lo studioso descrisse tre tipologie fondamentali, intelligenza analitica, pratica e creativa.

  1. Il pensiero analitico comprende la capacità di analizzare, giudicare, valutare, di stabilire deiconfronti e dei contrasti e di esaminare.
  2. Il pensiero pratico comprende invece la capacità di usare strumenti, applicare e attuare pro-getti e piani.
  3. Il pensiero creativo si realizza nell’attitudine ad intuire, creare, scoprire, produrre, immagi-nare e supporre.

Questi tre tipi di pensiero, insieme, sono strumenti importanti per gli studenti, sia all’interno dell’aula che fuori di essa”. Scopo dell’autore è proporre agli insegnanti un nuovo approccio verso gli allievi. “Gli studenti – afferma lo psicologo – imparano meglio se pensano in modo efficace a ciò che studiano. Studiare e pensare non sono due entità distinte, indipendenti. Piuttosto, se gli studenti pensano a come imparare, imparano a pensare e imparano anche ciò che devono sapere con efficacia molto maggiore di quando cercano solamente di memorizzare”

Le differenze e le analogie tra le due teorie

La tesi delle intelligenze multiple di Howard Gardner consiglia di nel curriculum scolastico ambiti e competenze che generalmente non sono oggetto di considerazione (come ad esempio la musi- calità o la capacità di relazionarsi con gli altri).

La teoria delle tre intelligenze elaborata da Sternberg invita invece ad utilizzare le conoscenze di base per finalità creative, pratiche o analitiche.

Pur se apparentemente in contrasto, le due impostazioni sono tra loro compatibili ed integrabili. Entrambe hanno determinato un rivoluzionario cambiamento nella valutazione delle competenze, contribuendo al superamento dell’approccio psicometrico (fondato su criteri oggettivamente misurabili e definibili) e introducendo nella didattica elementi di integrazione e personalizzazione degli apprendimenti.

Carl Rogers

Psicologo statunitense (Oak Praks 1902 – La Jolla 1987).

Psicologia non direttiva

Carl Rogers, psicoterapeuta americano, intorno agli anni ’40 ha sviluppato una metodologia d’aiuto basata sul concetto di non direttività. La terapia centrata sul cliente (Rogers volutamente abbandona il termine paziente per sottolineare l’assoluta parità tra cliente e agevolatore) divenuta, in un secondo momento, “approccio centrato sulla persona”, parte dal presupposto che ogni individuo possiede la capacità di auto-comprendersi, migliorare e trovare soluzioni alle proprie difficoltà.

L’approccio centrato sulla persona si fonda sul valore predominante dell’esperienza di ogni essere umano e stimola ogni individuo ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte e dei propri vissuti. “Il vecchio concetto di “terapia centrata sul cliente” ha lasciato il posto” all’approccio centrato sulla persona”.

In altri termini non parlo più semplicemente di psicoterapia, ma di un punto di vista, una filosofia, un approccio alla vita un modo di essere che si addice ad ogni situazione in cui la crescita di una persona, di un gruppo, di una comunità è compresa nelle finalità. (Rogers, 1983, 6).

Carl Rogers così si esprime a riguardo della sua idea delle potenzialità umane: “non condivido il punto di vista tanto diffuso secondo cui l’uomo è un essere fondamentalmente irrazionale i cui impulsi, se non fossero controllati, condurrebbero alla distruzione sua e degli altri. Il comportamento dell’uomo è invece squisitamente razionale e si orienta, con una complessità sottile e ordinata, verso le mete che l’organismo gli pone.”

Uno dei concetti fondamentali della teoria di Carl Rogers è quella di “tendenza attualizzante”, con questo termine si intende la capacità intrinseca nell’essere umano di orientarsi selettivamente e in modo diretto verso il completamento e l’attualizzazione delle proprie potenzialità.

In un articolo del 1978, Carl Rogers descrive la tendenza attualizzante. “Abbiamo a che fare con un organismo che è sempre motivato, è sempre intento a qualcosa, che cerca sempre qualcosa. La mia opinione è che c’è nell’organismo umano, una sorgente centrale di energia e che tale sorgente è funzione di tutto l’organismo, non solo di una sua parte. Il modo migliore per esprimerla con un concetto è di definirla tendenza al completamento, all’attualizza- zione, alla conservazione ed al miglioramento dell’organismo”. (Rogers, C. (1978) The formative tendency. J. Hum. Psychol., 18, pp. 23-26)

Carl Rogers individua tre condizioni fondamentali perché la relazione d’aiuto abbia successo e si crei il clima di fiducia indispensabile al cliente per procedere verso una chiarificazione e accettazione dei suoi vissuti emotivi e della sua esperienza, a qualsiasi livello.

Queste condizioni sono:

  • Empatia.
  • Autenticità.
  • Accettazione incondizionata.

Empatia

L’empatia è la capacità di sintonizzarsi e comprendere gli stati emotivi e cognitivi del cliente. Questa capacità richiede una buona dose di attenzione e sensibilità nell’accogliere i vissuti dell’interlocutore, anche quando questi possono divergere profondamente per esperienza, valori o idee dai nostri.La capacità di sentire il mondo dell’altro e accettarlo come unico e irripetibile. L’empatia è strettamente connessa alla sospensione del giudizio e di ogni forma di interpretazione. Rogers sostiene che l’empatia dissolve l’alienazione riportando l’essere umano al centro della sua esperienza. Comunicare l’empatia è molto importante per Rogers, perché genera quel particolare senso di riconoscimento della propria esperienza, che fa sentire l’altro alleviato dalla solitudine esistenziale. L’altro può cogliere la dimensione della condivisione dell’esperienza, ciò è di per sé una esperienza nutriente sia sul livello cognitivo che emotivo. L’empatia produce dei cambiamenti e porta ad una maggiore auto accettazione. “L’empatia aiuta il nostro interlocutore a diventare più consapevole delle proprie emozioni,” è noto come essere a contatto con i propri processi emotivi costituisca una componente fondamentale della salute mentale, nel senso che le emozioni possiedono molte qualità adattive che guidano e dirigono le persone nel poter acce- dere e nel poter riconoscere i propri bisogni e desideri. (Giusti-Locatelli – Empatia integrata) 

Autenticità

Il concetto di autenticità riguarda la capacità di essere spontanei e trasparenti nelle relazioni. Mostrare ciò che realmente c’è, senza, ad esempio, nascondersi dietro il ruolo che in quel momento stiamo ricoprendo. Essere autentici vuol dire esprimere solo ciò che realmente corrisponde al proprio sentire, evitando frasi stereotipate e restando in contatto empatico con il nostro interlocutore.

Accettazione incondizionata

L’accettazione dei vissuti e delle esperienze, astenendosi da ogni forma di interpretazione e /o giudizio, accettare la realtà esistenziale dell’altro e valorizzare l’altro per ciò che è. Accettazione non vuol dire condivisione o approvazione incondizionata di idee, opinioni e sentimenti diversi dai nostri, bensì il riconoscere all’altro la libertà di provarli; è una forma di rispetto profondo dell’altro da sé, un modo di essere dell’agevolatore che contribuisce a dare alla relazione la qualità imprescindibile della comprensione profonda. “La maggior parte degli errori che faccio nelle relazioni interpersonali, la maggior parte dei fallimenti cui sono andato incontro nella mia professione, si possono spiegare col fatto che, per qualche motivo di difesa, mi sono comportato in un modo, mentre in realtà sentivo in un modo del tutto diverso”. (Carl Rogers, La terapia Centrata sul Cliente 1951).

Le tecniche sono utili ma non efficaci se disgiunte dalle qualità umane di chi ascolta. L’esperienza dell’ascolto e della presenza rende più nutriente il nostro modo di essere al mondo e di vivere le relazioni non soltanto professionali ma anche personali.

I presupposti precedenti gettano una luce nuova sul rapporto insegnamento / apprendimento. Egli pone al centro dell’apprendimento significativo la motivazione ad apprendere e l’esigenza che l’insegnante riconsideri il proprio ruolo preoccupandosi di facilitare l’apprendimento attraverso il coinvolgimento e la motivazione dell’alunno; “è necessario” infatti “che lo studente venga posto di fronte a un problema da lui sentito come reale”.

In tal senso il contesto educativo ideale è quello in cui l’insegnante si preoccupa di facilitare l’apprendimento attraverso il coinvolgimento e la motivazione dell’alunno. La finalità principale dell’educazione, dunque, dovrebbe essere la facilitazione all’apprendimento, possibile soltanto all’interno di un contesto scolastico improntato alla collaborazione e alla crescita condivisa. Infatti, secondo Rogers, l’apprendimento autentico ed efficace scaturisce all’interno di una relazione fondata su stima e rispetto reciproco. L’insegnante dovrebbe sentirsi libero di mettersi in gioco come persona per trasmettere non tanto un determinato contenuto culturale, quanto un’attitudine alla ricerca: la capacità di “imparare a imparare”. Inoltre, le materie dovrebbero rivestire un significato personale per colui che apprende, collocandosi in una cornice di senso funzionale ai propri scopi esistenziali.

La qualità del rapporto insegnante-allievo è dunque considerata uno dei fattori più rilevanti per definire l’insegnamento soddisfacente e funzionale: qualsiasi materia può diventare interessante se proposta da un insegnante che sappia instaurare una relazione di rispetto reciproco.

Le tecniche fondamentali che Gordon suggerisce e delinea attraverso esempi pratici sono l’ascolto attivo, il messaggio in prima persona e la risoluzione dei conflitti con il metodo del problem solving. Il presupposto fondamentale del suo metodo, in definitiva, è la fiducia nel processo di sviluppo e maturazione degli individui data dalla convinzione, mutuata da Rogers, che l’apprendimento sia un processo insito nella natura umana.

Ylia Prigogine

La complessità.

Chimico e fisico russo – belga (Mosca 1917- Bruxelles 2003).

Prigogine afferma una nuova logica scientifica, valida per le scienze esatte e per quelle del ramo umanistico. Alla base c’è una sfiducia sull’idea che la natura segua sempre la via più semplice. In realtà è vero il contrario: il funzionamento della macchina-natura è dovuto alla complessità dei processi a carattere irreversibile.

La fisica si è destreggiata tradizionalmente con un principio filosofico abbastanza semplice: quello che è, continua ad essere, finché non ci sono cause che portano ad una modificazione dello stato preesistente. Di qui l’importanza dei principi fisici di conservazione: conservazione della quantità di movimento, conservazione della massa, conservazione dell’energia, etc.

Più concretamente, nel nostro caso, si considera che un sistema tende a rimanere in equilibrio se non c’è nessun agente disequilibrante, e nel caso ci sia, il sistema perturbato poi evolverà di nuovo spontaneamente verso lo stato di equilibrio.

Nell’ambito fisico-chimico, Prigogine ha postulato che gli squilibri chimici non sfociano sempre nell’anarchia, ma a volte permettono l’apparizione spontanea di organizzazioni o strutture perfettamente ordinate, le strutture dissipative, e così, ha dimostrato che gli stati di non equilibrio possono sfociare tanto nel disordine come nell’ordine.

Prigogine perviene a questa soluzione esaminando il fenomeno della termodinamica noto come entropia. Nell’evoluzione storica dell’universo, infatti, c’è un evento eccezionale, perché smentisce il graduale passaggio dell’energia dall’ordine al disordine (l’entropia appunto). Questo evento sui generis, di gran lunga l’esempio più eclatante di energia ordinata nell’universo, fu il sorgere della vita sulla Terra e la conseguente esistenza delle varie forme di vita, caratterizzate – come altri processi irreversibili – dall’autoorganizzazione.

L’auto-organizzazione si avventa contro il presunto equilibrio dell’ordine naturale e quindi contro l’idea anacronistica e antiscientifica della semplicità dei fenomeni, alla quale va contrapposta la complessità, che è necessariamente assenza di equilibrio energetico (entropia) e disordine

fisico. Non si tratta tuttavia di una disgregazione sterile, fine a se stessa, ma di un non-equilibrio dal quale sorge continuamente un tipo differente di ordine. In tal modo la natura crea sistemi dissipativi quali gli esseri viventi. La loro caratteristica è influire sullo squilibrio dell’energia assorbendola e restituendola esternamente sotto forma di calore. Prigogine sviluppa in senso filosofico il concetto di complessità facendone il cardine di una rinno- vata razionalità, che vinca la sfida dell’essere-complesso integrando punti di vista finora inconci- liabili: cioè la cultura umanistica, quindi il mondo delle arti e delle scienze umane, con la cultura scientifica, la costellazione delle scienze esatte, fisico-naturali, e chimiche.

La nuova alleanza fra umanesimo e scienze della natura si presenta come un’autentica rivoluzione, una rottura epistemologica rispetto alla tradizione occidentale, che separava un po’ artificialmente le due culture, senza cogliere, insieme alle differenze, il nesso profondo che le collega. Entrambe, sia arti che scienze, studiano o creano sistemi complessi, operando nel segno della complessità.

Ivan Pavlov

Il comportamentismo.

Fisiologo ed etologo russo (Rjazan 1949 – San Pietroburgo 1936).

Le teorie comportamentiste trovano uno dei loro primi fondamenti negli studi condotti agli inizi del Novecento dal fisiologo russo Ivan P. Pavlov (1849 – 1936) sull’apprendimento di reazioni, dette riflessi condizionati, a nuovi stimoli ambientali.

Il più celebre esperimento condotto da Pavlov è certamente quello sulla “secrezione psichica” del cane: l’animale veniva legato in una gabbia e, tramite dei tubi impiantati chirurgicamente nella cavità orale, ne veniva registrato il flusso salivare. Pavlov stabilì innanzitutto che il cibo fosse lo stimolo incondizionato, e la risposta di salivazione del cane la risposta incondizionata. Poi provò a far suonare alcune volte nella stanza una campana (stimolo neutro) che il cane mostrava di sentire senza che però venissero registrate variazioni nel flusso salivare. A questo punto Pavlov iniziò ad associare al suono della campana la somministrazione di cibo all’interno della cavità orale dell’animale.

Gradualmente il flusso di saliva del cane cominciò a manifestarsi non appena si presentava il suono della campana stessa, anche in assenza del cibo. Il suono della campana era diventato, nella terminologia di Pavlov, uno stimolo condizionato e il conseguente aumento della salivazione al suono della campana era una risposta condizionata.

Il condizionamento pavloviano (o classico) comporta pertanto l’associazione ripetuta in contiguità temporale di uno stimolo incondizionato e di uno stimolo condizionato, in modo che alla fine la presentazione dello stimolo condizionato stesso porti a evocare una risposta condizionata simile alla risposta incondizionata.

La teoria pavloviana, sviluppatasi grazie ad esperimenti sugli animali, fu estesa anche allo studio del comportamento umano in base all’assunto che i processi fondamentali dell’acquisizione dei riflessi condizionati fossero comuni agli animali e all’uomo.

La teoria pavloviana ebbe una grande diffusione in Unione Sovietica nella prima metà del Nove- cento e raggiunse una posizione egemone nel 1950, allorché fu considerata la teoria «ufficiale» dei ricercatori sovietici sui rapporti tra cervello e comportamento. Successivamente vi fu un gra- duale declino della scuola pavloviana, cui subentrarono indirizzi più vicini alle ricerche neurofisio-logiche e psicologiche occidentali.

Abraham Harold Maslow

La Psicologia umanista.

Psicologo statunitense (Brooklyn – Menlo Park, 1970).

Piramide dei bisogni

Il grande psicologo umanista individuò cinque ordini di bisogni dell’uomo e li organizzò graficamente in una scala fatta a piramide con i gradoni più grandi nella parte più bassa e quelli più piccoli nella parte alta. I cinque bisogni fondamentali di Maslow possono essere così riassunti:

1. Bisogni fisiologici

Al primo posto troviamo i bisogni fisiologici: mangiare, bere, riprodursi e sopravvivere sono, ovviamente i bisogni fondamentali ed imprescindibili e, fino a che non sono soddisfatti schiavizzano l’uomo imprigionandolo nella ricerca di costante gratificazione ed appagamento degli stessi.

2. Bisogno di sicurezza

Al secondo posto ci sono i bisogni di sicurezza: stabilità, dipendenza, protezione, sostegno emotivo, rassicurazione, strutturazione di regole che siano in grado di affrontare e dare risposte contro il caos ansiogeno. Indubbiamente questi bisogni sono fondamentali nella vita di un bambino; se non vengono soddisfatti, domineranno anche l’intera vita adulta.È interessante ciò che dice Maslow a proposito di questi bisogni che, quando non vengono soddisfatti diventano la base per le personalità che aderiscono in modo incondizionato alle fedi e ai valori esterni. Egli sostiene che più vi sono bisogni di sicurezza e più vi saranno pensiero rigido e dogmatico ed atteggiamento fideistico.

3. Bisogno di affetto

Al terzo posto troviamo i bisogni di affetto ed appartenenza: in questo caso Maslow parla dello stare insieme, della tendenza a stare dentro ai gruppi organizzati che sostengano e contengano emotivamente, soprattutto quando l’identità non è ancora solida. In realtà il bisogno di affetto, di sostengo e di riconoscimento è fondamentale per gli esseri umani perché permette di non sentirsi sradicati ma di appartenere a qualcuno e a qualche gruppo e di poter contare su questi.

4. Bisogno di autostima

Al quarto posto Maslow sistema il bisogno di stima e di autostima: non vi sono dubbi che per ogni uomosia fondamentale sentire la stima e il valore. In questa categoria possiamo mettere anche la fiducia, il rispetto, la reputazione, la dignità e tutto ciò che ha a che fare con l’apprezzamento.

5. Bisogno di autorealizzazione

Al quinto posto troviamo il bisogno di autorealizzazione: con questo Maslow indica l’affermazione personale e il desiderio di autocompiacimento che si ottiene nel momento in cui il proprio potenziale riesce ad esprimersi e a mostrarsi al mondo. L’autore sostiene che in questo ultimo gradino vi sia sostanzialmente il bisogno di “divenire” ciò che si è.

Per Maslow la caratteristica principale di una persona autorealizzata è la creatività termine con il quale ovviamente l’autore non intende il talento artistico ma il desiderio dimigliorarsi e di fare qualcosa che derivi da sé.

Maslow asserisce che gli individui soddisfano i loro bisogni in senso ascendente e che i bisogni di ogni livello devono essere soddisfatti, quantomeno parzialmente, affinché i bisogni di livello superiore possano manifestarsi.

L’ordine gerarchico di questi bisogni stabilisce anche l’ordine di priorità nella loro soddisfazione: l’implicazione pratica di questa concezione è che un dato elemento può servire a motivare un individuo soltanto se riesce a soddisfare il livello ancora insoddisfatto nella gerarchia dei bisogni individuali.

Maslow e la psicologia della “creatività”

La psicologia di Maslow, detta anche “della creatività”, si inserì come la “terza forza” nella psicologia americana divisa tra comportamentismo e psicoanalisi. Maslow sentì pienamente il bisogno di umanizzare di più la psicologia offrendo quindi alle persone la possibilità di scoprire il senso della vita e la loro autorealizzazione.

Maslow si orientò fin da subito sullo studio delle persone “sane e felici” e attaccò la psicologia imperante che, invece, partiva da considerazioni fatte su individui patologici e sofferenti. Maslow in sostanza vedeva l’uomo come positivo, buono e sano sostenendo che erano le esperienze negative e distruttive ad inficiarne lo sviluppo e a distoglierlo dagli scopi evolutivi dell’esistenza.

Maslow e la teoria dell’autorealizzazione

La sua teoria è quella della “autorealizzazione” che, in pratica è una ridefinizione di teorie precedenti quali quella di Goldstein (chiamata autoattualizzazione) rielaborata in seguito anche da altri quali Fromm e Horney.
In ogni caso, l’idea di fondo consiste nel vedere l’uomo come un soggetto che ha un preciso compito: quello di individuare, sviluppare e realizzare le potenzialità che sono presenti già alla sua nascita e, in questo modo, dare senso alla propria vita attraverso l’espressione della sua individualità.

Maslow raffinò ed ampliò l’antica idea di Platone del “daimon” che, in qualche modo parte dall’idea che ognuno ha dentro una sorta di “seme” in cui tutto il potenziale è già presente che, tuttavia, deve essere fatto individuato, fatto crescere e raffinato per sviluppare la sua “forma” precisa”.

Proprio in questa ottica, la psicologia umanistica considera una “colpa personale” il non dedicarsi alla propria autorealizzazione e, in un certo senso, lo sciupare la vita non portando a compimento e non sviluppando le potenzialità. Questo potenziale è grandioso ma andrà sviluppato: solo allora, si potrà comprendere quel “progetto” racchiuso e quell’identità che è in nuce ma che dovrà divenire.

Si fece così pian piano strada nella mente di Maslow il concetto di “motivazione” visto come una sorta di molla che spinge dall’interno a “divenire ciò che potenzialmente siamo”. La materia prima per trovare motivazione è la “creatività”; ogni uomo ha una creatività che deve trovare modo di farle spazio perché è proprio la sua canalizzazione che permette di trovare senso e significato e, di conseguenza, equilibrio e sanità psichica.
Per la psicologia umanistica la “creatività” deve essere espressione della libertà che, quando viene canalizzata, aiuta l’individuo a liberarsi di tutti i condizionamenti che limitano ed amputano le sue potenzialità. In pratica, la vera rivoluzione della psicologia umanistica consiste nel considerare l’uomo il vero artefice della propria esistenza.

La psicologia di Maslow fu accolta subito con grande interesse anche dalle persone più semplici che la sentivano affine ai loro autentici problemi e, soprattutto, in grado di dare risposte.

Maslow e la sua teoria sulla capacità di superare i bisogni

La sua teoria si incentra sulla capacità dell’uomo di superare i bisogni fondamentali e di raggiungere bisogni superiori, qualcosa che ci differenzia profondamente dagli animali.

Maslow criticò le tendenze imperanti nella sua epoca di considerare l’uomo come un automa mosso da basse aspirazioni: secondo lui invece l’uomo deve trovare senso e motivazione e solo così troverà la sua sanità, ricercando identità, autonomia, desiderio di eccellere e di autorealizzarsi: Maslow sostiene che queste sono tendenze innate ed universali che l’uomo ha dentro e che non può disattendere.

Guardando infatti la storia delle società non vi è dubbio che tutte le epoche si sono caratterizzate per il tentativo di migliorarsi e di innalzarsi rispetto a quelle precedenti.

La psicologia umanistica reca in sé un approccio olistico e vede quindi la personalità sana come un qualcosa di organizzato e di integrato lontano quindi dalla frammentazione visibile nella patologia. Maslow fu anche il fautore di una mediazione tra gli “innatisti” e gli “ambientalisti”; in effetti egli sostiene che in ogni essere umano vi sia un lato istintivo innato ma che questo potenziale sia tuttavia molto mediato dalla cultura in cui si inserisce e cresce.

Maslow e gli aspetti della creatività

Nel suo testo: “Verso una psicologica dell’essere” egli sostiene che la creatività ha praticamente tre aspetti:

  1. sguardo spontaneo del bambino” che è aperto a qualsiasi esperienza.
  2. capacità di integrazione degli opposti; Maslow sostiene che la personalità creativa è anche unificante ed integrante e quindi “risanante”.
  3. apertura della personalità creativa che è in grado di ricercare valori quali la giustizia, la bontà e la verità.

Maslow ha avuto il grande merito di lavorare sul bisogno di crescere e di evolvere dell’individuo, qualcosa che è presente in ogni essere umano a meno che non venga amputato attraverso esperienze tragicamente distruttive.

Maslow richiama l’umanità ad una sfida: anziché restare schiava di bisogni bassi che non portano a nessuna crescita, l’essere umano deve cercare costantemente di individuare le sue potenzialità e di renderle operative.

Kurt Lewin

La psicologia sociale.

Psicologo tedesco-statunitense (Moglino 1880 – Newton 1947).

La teoria dei gruppi di Kurt Lewin è uno dei più importanti contributi dati da questo autore alla psicologia sociale grazie soprattutto all’idea di campo.

Si inserisce all’interno della scuola della Gestalt e quindi cerca di inserire il comportamento dell’individuo all’interno delle dinamiche di un gruppo.

Il campo

Kurt Lewin basa la sua visione dell’individuo e del gruppo sul concetto di campo, metafora che eredita dalla Gestalt, come insieme di elementi che costituiscono un’unità che è più della somma delle singole parti.

Ogni elemento, ogni comportamento non può essere letto o considerato senza prendere in esame il posto che occupa nel campo, perché è da quelle relazioni che acquista un significato nuovo.

Se consideriamo l’individuo, il suo campo psicologico include oltre a se stesso tutto l’insieme dei fattori ambientali. Più in dettaglio secondo Lewin ci sono tre livelli da considerare:

  1. livello sociale e ambientale dove esistono tutti quegli elementi/persone/eventi che accadono aldilà della volontà individuale;
  2. livello dello spazio di vita in cui esistono le rappresentazioni psicologiche della vita;
  3. livello di frontiera, cioè il luogo dove le dimensioni precedenti si incontrano.

Il gruppo e il campo sociale

Un gruppo, per Lewin, è a sua volta un campo dove gli individui si amalgamano per creare qualcosa di più grande, una totalità con caratteristiche proprie.

L’obiettivo è quello di trovare un equilibrio tra il dentro e il fuori; così come accade per l’individuo anche il gruppo è in costante contatto con l’ambiente e cerca di trovare un equilibrio tra richieste interne ed esterne. Il gruppo è una realtà dinamica che si muove continuamente, perché la staticità ne decreta la fine.

L’elemento chiave di un gruppo, ciò che lo tiene insieme e ne caratterizza l’identità è l’Interdipendenza, cioè il legame tra gli elementi che non possono vivere gli uni senza gli altri. Esistono due tipi di interdipendenza che qualificano due tipologie di gruppo:

  1. interdipendenza del compito: il gruppo, come quelli al lavoro, nascono perché devono portare a termine un obiettivo per cui è necessaria la collaborazione di molti;
  2. interdipendenza del destino: il gruppo nasce e tiene al suo interno individui che condividono un’esperienza o una condizione esistenziale che li rende uniti perché hanno un destino comune.

I T-group

T-group sensitive training group sono un’altra importante eredità di Lewin soprattutto per quanto riguarda i gruppi di lavoro. Questi gruppi sono concentrati sull’addestramento degli individui alla sensibilità su ciò che accade nel hic et nunc.

Il gruppo è un contenitore che aiuta gli individui a definirsi; il conduttore gestisce i tempi e i ruoli, ma lascia che le relazioni nascano spontaneamente. Questi legami costituiscono la struttura del campo che può essere utilizzata come leva per il cambiamento.

I T-group oggi vengono utilizzati come strumento formativo per stimolare il cambiamento nei singoli, ma anche nelle realtà organizzative.

La gestione del conflitto nei gruppi di lavoro

La vita d’ufficio è ricca di confronti all’interno dei gruppi. Il conflitto è una delle modalità di scambio e non deve essere demonizzato o evitato. Il leader lo può gestire individuandone innanzitutto la natura distruttiva o costruttiva per poi utilizzare altri strumenti di riflessione.

La gestione del conflitto è un aspetto fondamentale della vita di ufficio: quando ci sono dei gruppi è normale che ci siano attriti, ma l’importante è non esserne spaventati. In un ambiente di lavoro le fonti di conflitto sono molteplici poiché molte persone hanno obiettivi, punti di vista e interessi diversi sebbene le loro azioni siano correlate.

Un buon leader vede in questi movimenti relazionali delle opportunità di cambiamento e di scambio, stimolando il pensiero. La cosa importante è di non evitare o ignorare un conflitto in atto, lasciando al caso la sua risoluzione.

La gestione del conflitto costruttivo e distruttivo

Il conflitto è essenzialmente un momento in cui l’equilibrio relazionale viene turbato. Rappresenta quindi una spinta al cambiamento, sia in positivo, sia in negativo. Il conflitto è distruttivo quando interferisce con le normali attività lavorative e con l’efficacia del gruppo stesso. Emerge una comunicazione basata sulla competizione in cui l’unico scopo è far prevalere il proprio punto di vista e figurare come vincitore.

Questo atteggiamento tende a deteriorare il clima aziendale a causa di una comunicazione sempre sulla difensiva con frequenti attacchi personali. Il conflitto diventa costruttivo quando i membri del gruppo di lavoro lo accettano come un’eventualità sana e normale in una relazione. Il focus non è più sul singolo prevaricatore, masullo scambio di idee per raggiungere un risultato migliore e comune. La comunicazione è prova di riferimenti personali, ma si basa sui contenuti e su obiettivi comuni, per cui le persone sentono si potersi esprimere liberamente.

La gestione del conflitto nei gruppi

Per migliorare la propria leadership o semplicemente per contribuire al miglioramento del clima lavorativo, ecco alcuni spunti di riflessione per la gestione del conflitto nei gruppi di lavoro:

Il problema non è un nemico da sconfiggere, ma una situazione con molteplici soluzioni.

  • Prendere tempo aspettando il momento giusto per comunicare evitando reazioni impulsive.
  • Distinguere e riconoscere le proprie emozioni: evitare di attribuirle all’altro ed esprimerle cor rettamente.
  • Rispettare i contenuti che sono alla base del conflitto senza aumentarne il ‘raggio d’azione’, soprattutto con offese personali.
  • Evitare i giudizi moralistici che etichettano l’altro.
  • Formulare delle richieste concrete che non siano delle pretese mascherate, ed essere pronti ad accogliere quelle altrui.

Carl Gustav Jung

La psicoanalisi.

Psichiatra, psicoanalista, svizzero (Kesswil 1875 – Kusnacht 1961).

Carl Gustav Jung diede vita alla psicologia analitica, secondo la quale lo scopo clinico è riportare il soggetto alla realtà liberandolo dai disturbi patogeni.

Secondo Jung, l’inconscio è composto da immagini, gli archetipi, che determinano lo psichismo, e la cui rappresentazione simbolica si esprime attraverso i sogni, l’arte e la religione.

Carl Gustav Jung sosteneva che il comportamento dell’uomo non è condizionato soltanto dalla sua storia individuale e come membro della razza umana, ma anche dalle sue aspirazioni e scopi; sia il passato come realtà, sia il futuro come eventualità, guidano il comportamento presente.

La personalità è formata da un certo numero di istanze, separate ma interagenti tra loro. Queste istanze sono:

  • L’Io, ovvero la mente cosciente
  • L’Inconscio personale, formato dalle esperienze rimosse, da quelle troppo deboli per lasciare una traccia cosciente nella persona e dai complessi, che indicano un contesto psichico attivo i cui molteplici elementi, sentimenti- pensieri-percezioni-ricordi, sono unificati dalla comune tonalità affettiva (ad esempio il complesso materno).
  • Inconscio collettivo, base della psiche, struttura immutabile propria dell’insieme dell’umanità. Esso appare come il magazzino di tracce latenti provenienti dal passato ed è il residuo psichico dello sviluppo evolutivo dell’uomo, accumulatosi in seguito alle ripetute esperienze di innumerevoli generazioni. Quindi, dal momento che gli esseri umani hanno sempre avuto una madre, ogni bambino nasce con la predisposizione a percepirla e a reagire ad essa. L’esperienza personale è, dunque, influenzata dall’inconscio collettivo attraverso un’azione diretta sul comportamento dell’individuo sin dall’inizio della vita. Nell’inconscio collettivo sono presenti gli Archetipi, ovvero forme universali di pensiero dotato di contenuto affettivo. Tali forme di pensiero generano immagini o visioni che corrispondono, nel normale stato di vigilanza, ad alcuni aspetti della vita cosciente. In tal modo, l’esperienza del bambino è il risultato finale di una predisposizione interna a percepire il mondo in un determinato modo e della reale natura che possiede questa realtà.
  • La Persona, ovvero una maschera che l’individuo porta per rispondere alle esigenze della società nella quale è immerso. Essa costituisce il ruolo che l’individuo svolge, cioè il compito che si attenda possa svolgere attraverso un ruolo sociale. La persona è rappresentata dalla personalità pubblica, quegli aspetti che si palesano al mondo o che l’opinione pubblica attribuisce all’individuo, in opposizione alla personalità privata che esiste dietro alla facciata sociale.
  • L’Ombra, consiste negli istinti animali ereditati dall’uomo nella sua evoluzione, ovvero il lato animalesco della natura umana.

Jung concepiva la personalità come un sistema dotato di energia e parzialmente chiuso, perché a esso si aggiunge l’energia proveniente da fonti esterne. Per spiegare la dinamica della personalità, Jung ricorre al concetto della libido, che per Freud rappresentava un insieme di tendenze sessuali dell’uomo, mentre per Jung è sinonimo di energia psichica e può essere rivolta verso l’interno o verso l’esterno.

Jung individua quattro funzioni psicologiche:

  1. Il pensiero attraverso il quale l’uomo cerca di comprendere la natura del mondo e sé stesso e utilizza processi logici;
  2. Il sentimento, che rappresenta il valore delle cose in rapporto al soggetto e apporta dei giudizi di valore;
  3. La sensazione che ha la funzione percettiva dei fatti o rappresentazioni concrete del mondo.
  4. L’intuizione, ovvero la percezione attraverso i processi dell’inconscio, e permette di elabo-rare modelli della realtà che esulano dai fatti.

Il pensiero e il sentimento sono denominati funzioni razionali, poiché fanno uso del ragiona- mento. La sensazione e l’intuizione sono funzioni irrazionali, perché basate sulla percezione del concreto e del particolare.

Carl Gustav Jung distingue due tipi di atteggiamenti: introversione, in cui si orienta l’energia psichica verso il mondo interiore, pensieri ed emozioni; l’estroversione in cui si orienta la sua energia verso il mondo esteriore, fatti e persone. Ambedue questi opposti atteggiamenti sono presenti nella personalità, ma di regola uno di essi è dominante e cosciente, mentre l’altro è subordinato e inconscio. Le funzioni psicologiche si sviluppano, dunque, in ciascun individuo in maniera diversa e derivano da una alternanza tra introversione ed estroversione, processo che conduce all’unità della personalità attraverso il gioco della metamorfosi. L’oscillazione tra un estremo o l’altro determinano il manifestarsi di un diverso tipo psicologico.

Per Carl Gustav Jung lo sviluppo può svolgersi in senso progressivo ovvero soddisfacente per l’io, se riesce a rispondere alle richieste dell’ambiente esterno e ai bisogni dell’inconscio. Invece, se un evento frustrante dovesse interrompere il movimento progressivo dell’io, la libido non potrà più essere investita in valori orientati verso il mondo o estroversi, di conseguenza regredirà verso l’inconscio legandosi a valori introversi e portando al manifestarsi di disagio mentale.

Il fine ultimo dello sviluppo, secondo Jung, è determinato dall’autorealizzazione. Per raggiungere questo scopo è necessario che le diverse istanze della personalità si differenzino ed evolvano completamente determinando una personalità sana. Il processo attraverso il quale si raggiunge tale stato è detto processo di individuazione. La funzione trascendente permette di conciliare i poli opposti dei diversi sistemi e di operare per raggiungere la totalità perfetta. L’energia psichica può essere spostata attraverso la sublimazione, ovvero spostamento dell’energia dai processi primitivi, istintivi e meno differenziati, a processi altamente spirituali, culturali e maggiormente differenziati.

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