Quattro chiacchiere con… me!

E poi un’amica scrive di te queste cose e tu non ce la fai proprio a non amarla.

Vi presento Alessandro Liggieri e il suo genio ironico*.

Se vi va di leggere qualcosa di veramente diverso e di ridere di gusto durante la lettura di un libro, dovete prendere in mano uno dei testi scritti da Alessandro Liggieri.

Io lo conosco personalmente, come si conosce un collega che si vede quasi tutti i giorni e con il quale saltuariamente si scambia qualche battuta e potrei dirvi che è una persona brillante, dotata, intelligente… e ve lo dico! Senza nessuna remora, perché a mio avviso è così, Alessandro è geniale.

E al suo talento dà forma con le parole.

Parliamo quindi di questo. Di parole rilegate. Io gli chiedo quale libro lo ha segnato e gli ha lasciato qualcosa che non ha più dimenticato e mi risponde:

“Domanda da moltimila euro. Siamo ai livelli di vuoi più bene a mamma o a papà. Che ansia.” E siccome non vuole far torto a nessuno dei due, li cita entrambi:

  • Le avventure di Pinocchio, di Carlo Collodi è stato il libro che a nove anni mi ha insegnato che la lettura può essere qualcosa di più di un compito a casa, di un obbligo. Sono stato allevato tipo gallina in batteria, in un appartamento nel quartiere di Prati a Roma, una specie di prigione e Pinocchio è stato il cucchiaio per scavare il tunnel per la fuga. Mi ha trasformato da pezzo di legno, cioè da coso che reagisce solo, a essere umano, cioè a coso che ha la possibilità di scegliere.  A dirla tutta, la mia rigidità fisica mi fa dubitare di essere uscito completamente dalla legnosità, ma queste sono cose tra di noi, che non vanno spifferate ai quattro venti.”
  • Memorie dal sottosuolo, di Fëdor Dostoevskij poi è stato il libro che a diciotto anni mi ha insegnato che la lettura, oltre a uno svago, può essere anche uno specchio. Un libro senza pietà che mi parlava diretto e mi metteva con le spalle al muro mostrandomi tutta la nullità di cui sono intessuto. Altro che psicanalisi. Costa meno e funziona più o meno bene.”

Poi gli chiedo il libro che ha attualmente sul comodino qual è e dice:

“Sono uno di quei lettori che iniziano molti libri contemporaneamente e ormai ho fatto il grande passo al digitale, perché o uscivo di casa io o smettevo di comprare carta, quindi sul comodino ho solo le pillole per l’alzheimer e il telecomando per cercare il canale dove Panzironi parla della sua cura per tutti i mali del mondo, Life 120. Conoscete? Adoro quell’uomo. È ipnotico, peggio dei telepredicatori, o delle televendite.” Quindi, sul comodino niente libri ma sul Kindle al momento sta leggendo:

  • Il cigno nero, di Nassim Nicholas Taleb
  • Lepanto. La battaglia dei tre imperi, di Alessandro Barbero

Quando infine gli chiedo quale libro ha sempre pensato di dover assolutamente leggere ma non ha ancora avuto modo di prendere in mano, pensa bene di indicarmi i libri che che ha abbandonato, che è più facile elencare:

  • L’ Ulisse, di James Joyce.
  • Il signore degli anelli, di J. R. R. Tolkien.
  • Il Libro rosso, di Carl Gustav Jung.

Ma poi mi fa contenta e continua: “Ho sempre avuto paura dei testi sacri. Dopo un periodo di forte dolore (combo micidiale divorzio +  morte di mia madre), mi sono avvicinato alla meditazione da ateo praticante e non ho potuto evitare di imbattermi in questi testi che avevo sempre evitato.  Ma lo sai che ti dico? Se li pulisci dalla buccia normativo-religiosa (fai questo, fai quello, non ti toccare che diventi cieco – effettivamente ho perso molte diottrie per quel motivo, bisogna essere onesti) sono manuali di felicità. Ed è stato così che mi sono sciroppato dalle Upanishad ai Vangeli che ho trovato essere dei testi di un’inquietante attualità. Quelli che però mi terrorizzano, sono i testi sulla Cabala Ebraica. Chissà, forse un giorno…”

Questo è quanto ero curiosa di sapere, ma non finisce qui perché Alessandro mi fa notare che non gliel’ho chiesto, ma in un’intervista che si rispetti non può mancare un consiglio di lettura. Quindi ringraziandomi per la domanda spontanea, finalmente arriva al punto che mi aspettavo e dice: “Dovete leggere assolutamente Il Vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù di Christopher Moore. Ecco la quarta di copertina: “Tutti sanno come è nato e come è morto Gesù. La stella cometa, la mangiatoia, i Re Magi; e poi la passione, la crocifissione. Ma che cosa ha combinato dall’infanzia ai trent’anni? Su richiesta del Messia, a duemila anni dalla sua morte, un angelo fa resuscitare il migliore amico del Cristo, un certo Levi detto Biff, a cui spetta il compito di scrivere un nuovo Vangelo che racconti finalmente la vera storia di Gesù di Nazaret. E quella di Biff è un’epopea ricca di miracoli, viaggi, scoperte, dove trovano posto anche il kung fu, demoni, morti viventi, folli monaci tibetani e pupe da sballo. Forse nemmeno l’astuzia e la devozione del migliore amico riusciranno a risparmiare al Salvatore il suo tragico destino, ma Biff non permetterà che si sacrifichi e ascenda al cielo senza aver lottato per impedirlo!”

“È il libro che mi ha insegnato a ridere di tutto e a scrivere per divertirmi. È a questo libro che il mio romanzo Reboot deve l’esistenza.”

(E vi dirò di più… pare che Alessandro sia proprio lui. “Lui, chi?” direte voi. Christopher Moore. Leggete qui, se siete curiosi di saperne di più).

Infine, arriviamo al punto. Vi presento i libri di Alessandro. Ma non prima di ringraziarlo per la sua disponibilità. Chi ti fa ridere è un amico, ma chi ti fa ridere con intelligenza, lo è ancor di più.

*Per il titolo ho scelto di affiancare al nome di Alessandro, il concetto di “genio ironico” ripreso dalla definizione di Luca Casadio in L’umorismo. Il lato comico della conoscenza. Viene definito così colui che fa proprio l’”umorismo di genio”, chi è “capace di smontare una costruzione traballante o troppo fondata per svelarne la circolarità della definizione creando altre infinite vie. Mostrando chiaramente che la “conoscenza oggettiva” è una prigione. E l’uomo odia le prigioni, soprattutto gli uomini semplici. Questo ammiriamo del comico quando si scaglia contro tutti ciò che ci opprime.”

Superbia

Tony Munafò dixit.

E finalmente l’ultimo post su quanto so indossare con stile i sette vizi capitali, o bug per Junior.

Superbia: radicata convinzione della propria superiorità, reale o presunta, che si traduce in atteggiamento di altezzoso distacco o anche di ostentato disprezzo verso gli altri, e di disprezzo di norme, leggi e rispetto altrui.

Questa ce l’ho. Spesso mia madre mi dice che mi sento ‘sto cazzo, che più o meno è una specie di hashtag per la definizione di superbia che ho scritto su.

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Scelgo in base all’algoritmo “prendi l’indumento che puzza di meno”

«È stata una giornata particolarmente dura» penso mentre mi rilasso giocando a Killer’s Creed, dopo le due ore di mezzi pubblici. Tra le varie ammazzatine di cattivoni di turno, penso che anche ieri sia stata una giornata particolarmente dura. Diciamo che sono state due giornate particolarmente dure, ma più che dure, assurde.
Mettiamo che Junior sia veramente Dio, cosa che non credo affatto, e che il mondo stia per finire, che cosa si fa in questi casi? Come ci si comporta? Devo prendere un sgabello, mettermi davanti ad una chiesa e gridare a tutti che il mondo sta per finire? È così che si sentivano i profeti biblici? No, sono troppo pigro per sbattimenti del genere.
Proprio mentre sto per superare il livello in cui sono incastrato da circa due mesi, mi arriva un messaggio. Di nuovo quello svalvolato di Junior?

  • Va bene stasera al pub irlandese The Drunken Pixie?

Faccio fatica a rispondere, un po’ perché l’emozione mi fa scappare la cacca, un po’ perché le dita si intrecciano sul touchscreen, un po’ per il correttore automatico che mi traduce “a che ora” con “che bella trota”, ma alla fine ce la faccio e trascorro i trenta secondi d’attesa più lunghi della mia vita.

  • Alle nove e mezza va bene?
  • Ci vediamo lì.

Ed inizia il dramma. Come mi vesto? Di solito il mio criterio di scelta si basa sull’algoritmo “prendi l’indumento che puzza di meno”, ma non posso andare all’appuntamento della mia vita vestito cinofallicamente, cioè a cazzo di cane.
Per fortuna Agata passa di fronte alla mia camera, ingozzandosi da un cesto pieno di dolci.
«Appuntamento galante?» mi chiede a bocca piena ed io annuisco.
«Vieni, ti presto il vestito con cui Rocco ha fatto colpo su di me.»
«Non vorrei disturbare.»
«Nessun disturbo.»

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Ira

Tony Munafò dixit.

Rieccomi. Il vizio capitale di oggi, o bug per Junior, è l’ira. Dopo questo, ce n’è ancora un altro e finalmente basta!

Ira: desiderio di vendicare violentemente un torto subito.

Ecco, questo vizio capitale l’ho sempre avuto in dose trascurabile. Sono troppo pigro per gestire tutto lo sforzo fisico di cui necessità un soddisfacente utilizzo dell’ira.

Ma mi ci vedi incazzato? Io? Per un campione europeo indoor di divano, Netflix e birra fredda, come me, lo sforzo per muovere tutti i muscoli necessari per essere incazzati sarebbe fatale. Non è roba per me.

Sai chi è davvero pratico di ira? Il padre di Junior. Mi ha raccontato di cose incazzose di suo padre, che uno non si aspetterebbe mai.

Prova ad indovinare come finisce questo post: su Reboot ho scritto tutto quello che Junior mi ha raccontato del padre.

Bravo, hai indovinato.

E tu quanta ira hai da 1 a 10?

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Piccola mandria di vecchiette slotmachineaholic

Dal vangelo secondo Reboot.

Il “Bar degli Angeli”, nonostante il nome è tutt’altro che angelico. Non vi si aggirano sostanze eteree ed esseri rarefatti, ma ben più prosaici pensionati scorreggioni, che si mettono in forze a colpi di cappuccini corretti al Mistrà, prima di andare a fissare gli operai dei lavori in corso. Ci sono anche spacciatori in difficoltà nella vendita al dettaglio, per via della non perfetta padronanza della lingua italiana. Altri spacciatori sono invece in difficoltà, non per l’italiano, ma per la gestione delle entrate e delle uscite, perché alle elementari non sono mai stati ferratissimi in matematica. Completano la fauna, una piccola mandria di vecchiette slotmachineaholic, che lasciano lì la pensione ogni ventotto del mese.
Il bar è piccolo come gli scatti d’aumento dello stipendio di un consulente, ma occupa abusivamente il marciapiede e l’abusivismo è sanato, a quanto si dice, da una fornitura di colazioni e droghe leggere da parte del proprietario Zamfir Georgescu al vigile urbano di zona.

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Gola

Tony Munafò dixit.

Rieccomi. Il vizio capitale di oggi, o bug per Junior, è la gola. Dai ne mancano solo due e poi ti lascio in pace.

Gola: meglio conosciuta come ingordigia, abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo.

L’ho praticata molto per i trentatré anni di verginità obbligata, per via del blocco che Junior mi aveva involontariamente appioppato con il software Reboot.

Più che un vizio era una specie di difesa, una gratificazione per riempire un buco d’affetto. Cosa c’è di meglio del cibo per riempire un buco? È tipo stucco per i buchi nel muro. Se non puoi riempire quello emotivo, allora usi le metafore: la cassata siciliana farcita di strutto e cannoli lardellati come metafora del riconoscimento emotivo con un altro rappresentante del genere animale al quale appartieni. Cibo e lavoretti a mano: accoppiata diabolica. Solo certi cardinali possono capirmi!

In conclusione: se mangi fino a sentirvi male, ti capisco. Ma si può smettere. Io l’ho fatto grazie a Junior e in Reboot c’è la soluzione.

Per carità, non sto dicendo che Reboot è la soluzione ai disturbi alimentari, ma che almeno, se sei impegnato nella lettura, magari ti dimentichi per un po’ della masticazione.

E tu quanta gola hai da 1 a 10?

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L’Italia è un paese fondato sulle file

Dal vangelo secondo Reboot.

Un’altra fila. L’Italia è un paese fondato sulle file. Mi districo nel serpentone di varia e variegata umanità, che raglia sventolando il proprio curriculum, stampato caldo caldo all’Internet Point di Zamfir Georgescu, dietro l’angolo del palazzo al centro di Roma, che ospita la sede italiana dell’internazionalissima agenzia di lavoro interinale HardworkinForce.
Aspettano e si raccontano tra di loro che quelli dell’HardworkinForce hanno promesso che sarebbero stati informati sul misterioso lavoro per il quale li avrebbero affittati solo durante il colloquio. Sanno solo che, prima di prendere servizio, devono superare un test di informatica e seguire un corso di una settimana, il Nesting, con tanto di test finale. Nessuno parla di contratto, perché la fame di lavoro che esalano, mischiata alle folate di sudore da caldo tropical-romano estivo, fa immediatamente intendere che accetterebbero anche di vendere ghiaccioli al Polo Nord.

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Lasciatemi morire in pace

Dal vangelo secondo Reboot.

Dopo le canoniche due ore di mezzi pubblici, di odori di sudori non facenti sicuramente parte di questo sistema solare, riesco ad arrivare a casa, nell’estrema periferia della città. Sono all’incirca le sei di sera.
Appena apro la porta mi inonda un urlo femminile: «Lasciatemi morire. Lasciatemi morire in pace.» Continua a leggere

Lussuria

Tony Munafò dixit.

Rieccomi. Puntuale e fastidioso come la rata del mutuo, l’unica cosa che dura per sempre, altro che i diamanti o l’amore della mamma.

Stavo rileggendo la definizione di lussuria: incontrollata sensualità, irrefrenabile desiderio del piacere sessuale fine a sé stesso, concupiscenza, carnalità.

Anche questo vizio ce l’ho e per trentatré anni ce l’ho avuto solo potenzialmente e non in pratica. Diciamo che ce l’avevo artigianalmente, nel senso di lavori a mano, ma poi, grazie a Junior che mi ha levato il blocco con Reboot, ho cominciato anche io a praticarlo e devo dire che non è niente affatto male come vizio capitale. Altro che bug, è una ficata assoluta. Continua a leggere