Il cigno nero

Ma che ne sai che domani non ti cadrà un meteorite in testa?

Il fatto che non sia accaduto fino ad oggi non vuol dire che non accadrà domani, così come il fatto di non aver mai visto cigni neri non implica che non ce ne sia uno che in questo momento scorrazzi nel giardino di Mary Pickford nell’Illinois.

È il vecchio problema filosofico dell’induzione, tanto caro ad Hume e agli empiristi inglesi, ricicciato da Nassim Taleb, sub specie millemila pagine.

L’Induzione, il figlio bastardo dell’esperienza ingravidata dall’immaginazione, diceva quel simpaticone di Hume.

Per dimostrare quanto sia pericoloso basare il proprio benessere mentale sull’induzione, Taleb cita l’inflazionata metafora del tacchino di Russell: il gallinaceo che scopre amaramente la fallacia dell’induzione il giorno prima del Thanksgiving day, quando invece del solito mais da sgranocchiare, l’essere umano porta una mannaia.

Nassim Taleb è bravo a narrativizzare un tomo che altrimenti sarebbe stato di una noia insostenibile, almeno per me, ma io sono vecchio e non conto.

Come spesso mi accade, la vocina di Immanuel Kant, mi si è arrampicata fino alle orecchie mentre leggevo.

⁃ Kant (con accento fastidiosamente prussiano): “Attenzione però… l’affermazione che la luna non cadrà sulla terra non è semplicemente induttiva, ma si fonda sulle leggi che usiamo per trovare ricorrenze in natura e non dover quindi ogni giorno scottarci per capire che il fuoco brucia. Non esistono solo giudizi sintetici a posteriori, ma anche sintetici a priori. Non c’è solo la generalizzazione di un pezzo di passato gettata sul futuro, ma anche conoscenza di regole.”

L’errore è applicare leggi di previsione di natura ad ambiti che invece sono solo statistici e la statistica è quella cosa per cui l’italiano medio ha mezzo pene ed un seno, quindi non proprio realistica al massimo.

⁃ Io: “Ma perché caro Taleb non possiamo fare a meno dell’induzione?”

⁃ Taleb: “Perché ci piacciono le storie, ci piace riassumere e ci piace semplificare, ossia ridurre le dimensioni delle questioni.”

Vi lascio una citazione de “Il cigno nero” che ha toccato le mie corde:

Forse è questa la vera fiducia in se stessi: la capacità di osservare il mondo senza necessariamente trovare qualcosa che lusinghi il proprio io.

«Lo Yoga» di Mircea Eliade

Pratichi Yoga, meditazione, o semplicemente vuoi fartene un’idea che non sia mindfulness da cestone dell’Autogrill, o da scaffaletto “spiritualità” in fondo da Feltrinelli?

Allora devi leggere «Lo Yoga» di Mircea Eliade.

Ti imbatterai in mostri dai nomi impronunciabili, quali «Bhagavadgītā», «Mahābhārata» o «Upaniṣad», ma una volta superati, scoprirai con piacere che l’apertura mentale non è una frattura del cranio (battuta non mia, ma non ce la facevo proprio a non usarla).

Un assaggio, tanto per gradire:

Lo Yoga non è certo una tecnica dell’estasi; al contrario, si sforza di realizzare la concentrazione assoluta per pervenire all’entasi.

Mai praticata nessuna forma di meditazione?

L’ombra del vento

“L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón è come il kiwi o il melograno.

Ti è mai capitato che ti pizzichi la bocca dopo aver mangiato qualcosa? A me succede con il kiwi e con il melograno. Li odio, eppure, una volta iniziato, non riesco a fermarmi.

Inizio a leggerlo, pieno di aspettative, perché mi fido di chi me l’ha consigliato.

Ok, l’incipit è carta moschicida: ormai sono incollato.

Bene così, Zafón.

Il set-up è all’osso, come piace a me, perché sono uno di quelli che toglie il grasso dal prosciutto.

Non si sbrodola in descrizioni urbanistiche del mondo del protagonista.

Bene così Zafón, qualcuno deve averti avvisato che non faccio l’architetto e di come è fatta Barcellona nel dettaglio non me ne frega quindi niente.

Bene così Zafón. Mi hai convinto, continuo a leggere.

Sembra “La tavola fiamminga”, di Arturo Perez Reverte, dove da un quadro che rappresenta una partita a scacchi, ricostruendo le mosse dei giocatori all’indietro si arriva a trovare l’assassino di un antico omicidio irrisolto, invece continuando la partita in avanti, si scopre l’assassino di un omicidio contemporaneo. Qui, invece della partita a scacchi, c’è il romanzo “Ombra del vento”, di cui non leggeremo mai una pagina, del misterioso autore maledetto Julián Carax.

Bene così Zafón, mi hai incastrato.

La prosa non è un gran che, ma il plot mi sta facendo giocare all’investigatore e questo mi piace anzichennò.

Non vorrei certo andare a pranzo con uno dei personaggi, come farei con qualsiasi personaggio di Landsdale, con cui mi ubriacherei fino a dimenticare per sempre la tabellina del sei, ma ci passo sopra.

‘Sto Julián Catax, di cui tutti si innamorano e per il quale tutti sono disposti a sacrificare la propria esistenza, anche frequentandolo per una settimana sola, non mi convince, ma va bene lo stesso, perché il plot va giù liscio di tensione ed aspettative ed il prezzo del biglietto vale il giro sulla giostra.

Cosa? Risolvi tutto con lo spiegone? Ma come, ho resistito fin qui per via del patto tacito che avrei scoperto io il Machiavello e tu, pigro di uno Zafón, mi risolvi tutto con una confessione a la Ispettore Derrick?

Però va bene anche così. Questa storia Edipo 2.0, perché la pietra angolare è una storiaccia di amori incestuosi ad insaputa di chi li vive, che si infiammano più rapidamente dei misteriosi incendi estivi, mi ha intrattenuto e mi ha attivato spesso l’algoritmo del “e poi che succede?”.

Quindi il giro sulla giostra vale il prezzo del biglietto.

Avanti il prossimo kiwi o melograno.

Soffocare

Se mi posso permettere, ti scrivo qui come avrei impostato la quarta di copertina: “Stai cercando una terapia ad ogni forma possibile di felicità? Adori rimestare nel torbido e vedere i video su YouTube, dove si premono bubboni? Allora questo romanzo fa al caso tuo, perché ti prende per mano e ti porta in un viaggio alla constatazione metodica, analitica e dettagliata del nulla su cui siamo fondati.”

Chuck mi devi spiegare una cosa, però. Come hai fatto a farmi suonare così familiare un plot e dei personaggi così assurdi?

Forse lo so. Ci sono arrivato lasciando che la storia si depositasse nei diverticoli intestinali del cervello: adoriamo entrambi osservare l’abisso. Anche per questo siamo un po’ amici, vero?

Bravo Chuck, sei riuscito a parlare alla mia pigrizia ed infatti sono talmente pigro, che non mi va di spiegare la trama del tuo romanzo a chi ci sta sbirciando, quindi la riporto pari pari da Wikipedia.

Il sessodipendente e depresso Victor Mancini si guadagna da vivere come figurante in varie rievocazioni storiche in un parco ispirato all’America coloniale; inoltre per mantenere la madre, ricoverata in una costosa clinica, si inventa un modo bizzarro per guadagnare soldi: frequenta ristoranti esclusivi dove ad un certo punto finge di soffocare con un boccone, approfittando in seguito della generosità dei suoi salvatori. Quando non lavora come figurante si reca regolarmente alla clinica psichiatrica dove è ricoverata la bizzarra madre, divenendo un idolo per le anziane degenti che lo vedono come un nuovo Gesù. La dottoressa Paige Marshall, che ha in cura la madre, cerca di conquistare il cuore di Victor.

Fonte: Wikipedia

Victor Mancini, mi continua girare in testa, è proprio il caso di dirlo, come una mosca attorno alla merda.

Sarà perché Victor è una specie di agnello sacrificale a gettone? Una fermata a richiesta dell’autobus dello schifo?

Victor Mancini infatti si crede il figlio di Cristo, non solo per la febbricitante idea di essere il frutto di una maternità assistita tra gli ovuli della madre e il DNA ricavato dal sacro prepuzio del Messia, ma proprio perché si fa carico di tutto il marcio di chi gli capita a tiro, ma senza redenzione finale, che non sia il proprio tornaconto personale.

Da adesso Victor Mancini è il mio personal Jesus.

Fa parte di quei personaggi che esistono solo nell’abiezione, che sono nati per caricarsi il nostro schifo e sputarcelo in faccia ed è per questo che mi ha preso a calci nel culo la coscienza, fino a farmela atterrare goffamente sul maestro dei malati di se stessi, sul campione dell’arredamento della nullità, il buon caro Fëdor Michajlovič Dostoevskij, uno che l’abisso l’ha visto di persona, che stava per essere fucilato e all’ultimo momento si è sentito dire: «Dai scherzavamo. Ma che c’hai creduto davvero?»

Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro. Non mi curo e non mi sono mai curato, anche se rispetto la medicina e i dottori. Oltretutto sono anche estremamente superstizioso; be’, almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono abbastanza colto per non essere superstizioso, ma lo sono.) Nossignori, non voglio curarmi per cattiveria. Ecco, probabilmente voi questo non lo capirete. Be’, io invece lo capisco.

Memorie dal sottosuolo – Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Chuck mi hai fatto la stessa richiesta di Fëdor, di essere letto tutti d’un fiato, senza respirare, fino quasi a soffocare.

Chissà quanto durerà questa sensazione di essere come Victor Mancini, che per buona parte di questo romanzo, a causa dei suoi giochini erotici da sessodipendente, si dimena per il mondo con un oggetto infilato nel culo, perché teme che toglierlo, sarebbe più pericoloso che tenerlo.

Dimmi se ho capito bene, Chuck, “Soffocare” non è solo il risultato della sospensione dell’attività involontaria della respirazione, ma anche e sopratutto di ogni attività di giudizio morale, ormai diventata involontaria.

Mi hai regalato nuovi amici, Chuck. I personaggi ormai sono miei amici, aggrovigliati alle proprie umane troppo umane manie, accompagnati dal suono di basso continuo della tua risata marcia che, ne sono convinto, alla fine ci seppellirà tutti vivi.

Eppure, bastardo di un Chuck, alla fine di questo viaggio ai confini della morte, mi hai lasciato lo stimolo di provare comunque a vivere.

“Soffocare” non è per stomaco deboli.

Graditi militesenti e automuniti, ma soprattutto pochissima igiene personale.

American Gods

Caro il mio Neil, non si seduce la gente così, per poi abbandonarla. Non è affatto carino.Mi hanno consigliato il tuo romanzo, perché dice che è fumettoso, quindi lo scarico di corsa ed inizio il viaggio.

Complimenti, incipit davvero bum bum! Shadow, il protagonista, esce di galera. Adoro le storie con i tizi che escono di galera. Se le strizzi come uno straccio, di solito riempiono secchi di sudore e vite sbagliate. Bene così.

Il sapore fumettoso arriva subito: Shadow riesce a comunicare con la moglie morta male, molto male, non prima di avergli lasciato in eredità un bel paio di corna da alce impagliata. E con chi gliele fa le corna? Con il migliore amico del marito. Continua così, ché sembra Scerbanenco strafatto di erba gatta, di quella buona.

La lettura scivola bene. Poco attrito fino a qui. Sull’aereo che lo riporta a casa, Shadow incontra un tipetto losco ed enigmatico anzichenò, che dal nome sembra un personaggio de “Le Iene”: Mister Wednesday. Il tizio gli propone un lavoro da factotum.

Da qui, caro il mio Neil, cominci davvero a caricare a molla la storia, perché rimanendo attaccati alla gonnella di Mister Wednesday, veniamo in contatto con alcune divinità dei pantheon più disparati, trasferitisi in America, come cavalli di Troia, dentro le storie degli immigranti. Un sottobosco di personaggi inquietanti, una versione freaks degli alieni di “Men in Black”, che vivono in mezzo ai mortali umani senza che questi se ne accorgano. Bellissimo modo di guardare l’ordinario attraverso l’extra-ordinario delle lenti affumicate fumettose. Bene così. La cosa mi gusta.

Caro il mio Neil, si sente che sei cresciuto a pane e fumetti e che sei arrivato anche tu in U.S.A. trasportato dalle storie. Se non mi ricordo male, fai parte della cosiddetta british invasion della DC Comics degli anni ottanta, giusto? Per chi non lo sapesse, la DC Comics è quella di Superman e Batman.

Ma c’è un “ma”, caro il mio Neil. Raggiunto circa il 30% della storia (ormai leggo quasi solo eBooks) comincia una salita così faticosa, che neanche un traslocatore di pianoforti mi può capire.

Va bene tenermi il più possibile all’oscuro dell’obbiettivo di Mister Wednesday, la tensione mi piace, ma se non me lo fai capire entro la fine fine del set-up, all’incirca verso il 15-20%, il secondo atto diventa faticoso da seguire. Ed infatti sei stato costretto ad inventarti un mini giallo, una storia nella storia, per sfangare il secondo atto e portare a casa la pagnotta.

Risultato? Sballottamento da perturbazione in aereo.

Un’eiaculazione trattenuta troppo a lungo, che si conclude con un orgasmetto non all’altezza di tanto ancheggiare.

Non parlo del finale, per non fare spoiler a chi ci sta sbriciando. Dico solo che, così come Shadow inganna il tempo facendo giochetti di prestigio con le monete, tu, caro il mio Neil, dal secondo atto in poi, hai tentato di intrattenermi con giochini da prestigiatore, in attesa di un trucco finale, che però non è stato altro che la stravista donna tagliata a metà. Delusione a secchiate.

Il Vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù

Caro il mio Christopher Moore, non t’incazzare se ti chiamo Chris, ma ormai sei uno di famiglia, tanto che quando apparecchio per cena, c’è sempre un piatto per te. Non si sa mai passassi all’ultimo momento.
È arrivato il momento che io mi fermi un’attimo a riflettere sul perché mi piaccia tanto la tua scrittura, per capire se quel piatto te lo meriti o no.
Parliamo un attimo del tuo “Il Vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù”, ti va? Certo che ti va, me lo devi. Ho speso dei soldi per leggerti, quindi me lo devi e basta.
Riporto brevissimamente la trama, per chi ci sta sbirciando.
“Tutti sanno come è nato e come è morto Gesù. Ma cosa ha combinato dall’infanzia ai trent’anni? Su richiesta del Messia, a duemila anni dalla sua morte, un angelo fa risuscitare il suo migliore amico, Levi detto Biff, a cui spetta il compito di scrivere un nuovo Vangelo che racconti finalmente la vera storia di Gesù di Nazareth.”
Caro il mio Chris, siccome non rispondi mai ai miei messaggi su WhatsApp, ho deciso di scriverti un elenco di cosa mi è piaciuto di questo tuo Vangelo 2.0. Perché un elenco? Perché sul web se non ti esprimi a punti elenco sembra che tu non sia nessuno.
1. Mi piace che tu ti diverta a scrivere.
Non scrivi per vendetta nei confronti della vita, che non è andata o non sta andando come vorresti.
Forse perché hai successo, ma nei tuoi lavori non c’è mai quel senso di frustrazione o di pedagogia che mi ha fatto scappare da tanti autori.
Scrivi perché ti diverte e questo è quanto.
E non sai che invidia. Quando scrivevo per RAI e Mediaset, la semplice idea di farlo divertendomi era pura utopia: uscivo da ogni riunione editoriale con le stesse frustrazioni di un fenicottero i cui futuri pasti dipendano da quanto sia in grado di spiegare la Legge di Relatività Ristretta a fumetti.
2. Mi piace che mescoli alto e basso.
Sai parlare di argomenti tradizionalmente alti, tipo la Teodicea, con linguaggio basso, quello che usiamo tutti i giorni. Sempre per chi ci sbircia, riporto un brano del tuo Vangelo.
“Dunque vedi che rompicapo? La gelosia ti fa stare male, ma Dio è geloso e quindi deve essere una cosa buona; invece quando un cane si lecca le palle sembra divertirsi, ma per la Legge è un atto sbagliato.”
Il Vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù – Christopher Moore
Caro il mio Chris non hai mai paura di infilare nel tuo shaker qualsiasi cosa possa contribuire a creare il micidiale cocktail Moore Libre, uno di quelli da dopo cena, da prendere a stomaco pieno, pena una sbronza troppo rapida. Ci metti le storie in cui abitiamo da sempre e di cui non ci chiediamo neanche più l’origine, o la veridicità (tipo vampiri, religione, divinità) ed innaffi il tutto con abbondanti dosi di contemporanei techno-disagi-esistenziali-urbani, qualunque cosa voglia dire questo neologismo.
Tutti siamo stati in qualche modo a Gerusalemme, non fanno che raccontarci la stessa storia, da quando siamo piccoli, ma tu fai la paraculata di gettarci a Gerusalemme in carne ed ossa, con tutti i sandali. Una volta piazzati nel bel mezzo della piazza centrale di Gerusalemme (quella dove facevano i concerti i Judas Priest), dai fuoco alla miccia delle domande che chiunque si porrebbe, se libero dagli sguardi torvi dei preti: Gesù giocava a fare il kung fu con gli amici? Si scaccolava? Ha sempre saputo come fare il Messia, sin da piccolo? I miracoli gli sono sempre venuti bene, o ha dovuto esercitarsi un po’, come qualsiasi batterista che si rispetti?
Voglio i tuoi occhiali, Chris. Devono essere quelli che ti fanno vedere tutto con quella sana curiosità di chi abbia appena scoperto la masturbazione e si chieda perché gliel’abbiano tenuta nascosta fino a quel momento. E io di masturbazione, modestamente, me ne intendo, perché ho dei trascorsi importanti in merito. Non so perché abbia scritto questa cosa della masturbazione, ma nel gioco del post-crudo-scrivo-solo-la-dura-verità mi sembrava ci stesse bene.
3. Mi piace che tu scriva di religione.
Caro il mio Chris, mi piace la tua ossessione per la religione. Credo di essere infettato dalla stessa malattia.
Anche altri autoroni si sono cimentati nella riscrittura dei Vangeli, primo fra tutti “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, di José Saramago. Leggere il tuo però, dopo quello di Saramago, è come ascoltare un dialogo di “Pulp Fiction”, dopo aver assistito al sermone natalizio di Papa Francesco. Niente contro Papa Francesco, che mi sta particolarmente simpatico. Mi ricorda Stanlio. In senso buono, per carità: adoravo Stanlio, mi faceva crepare dal ridere.
Forse ho capito e dimmi se mi sbaglio. Ti piace smanettare con la religione perché adori smontare e rimontare storie al limite dell’incredibile, per costruire il credibile e giustificare l’esistente.
Questo feticismo per le storie al limite dell’incredibile ce l’abbiamo in comune. Amo tutte le religioni, soprattutto le ultime arrivate, costrette a raccontarne di sempre più incredibili, per conquistarsi un posizionamento negli scaffali più appetibili del supermercato delle giustificazioni consolatorie in scatola. Chris hai mai sentito le storie dei mormoni sui Garments, le mutande necessarie per entrare in paradiso? Cosa aspetti a scriverci una storia?
4. Mi piace che tu scriva in prima persona singolare.
In questo modo sei molto più visivo e fai arrivare le informazioni al lettore e al narratore contemporaneamente. Anche altri romanzi sono narrati in prima persona singolare, tipo “Firmino”, o “Il giovane Holden”, ma il senso di spontaneità che ho trovato in te, mi ha fatto drizzare i peli sul braccio in una hola da stadio.
5. Mi piacciono i nomi assurdi che dai ai tuoi personaggi.
Vogliamo parlare dei nomi che hai dato alle otto concubine di uno dei tre Re Magi? Piccoli Piedi della Danza Divina del Gioioso Orgasmo, Stupenda Via di Rugiada Celestiale Numero sei, Tentazione di Luce Dorata della Luna di Settembre, Delicata figura della Lotta tra Due Leoni Imperiali sotto una Coperta, Custode Femminile dei Tre Passaggi Segreti della Grande Amicizia, Cuscini di Seta della Morbidezza Celestiale delle Nuvole, Baccelli di Piselli in Salsa d’Anatra con Taglioni Croccanti, Sue.
Sto ancora ridendo. Sui nomi assurdi, perdonami Chris, ma anche io non scherzo. Dai un’occhiata a qualcuno che ho inventato per i personaggi del mio romanzo “Reboot”: Padre Circonciso de la Peña Zapatero de Cristo; Santa Crescenza dell’Alluce Valgo; Ramon Ardito Legato, Caballero del Aceite de Riciño, Gran Matador de los Indefensos, Mayor Audoridad del la Polvo Blanca; Suor Crocifissa Ausiliatrice e Suor Spaventata dall’Apparizione
Caro il mio Chris, adesso tagliamo, che lo so che non sei uno che ama leggere messaggi lunghi e per questo ti invio quasi solo emoticons con WhatsApp, a cui però non rispondi mai. Quello che in sintesi delle sintesi mi piace di te è che sei capace di riattivarmi la meraviglia, che è forse ciò che ci rende davvero umani, quindi continua pure così, che la cosa mi garba assai.
“Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica.”
(Aristotele, Metafisica, I, 2, 982b, trad. Giovanni Reale.)
Tranquillo Chris, il piatto te lo sei meritato.

La scoperta

AVVERTENZA: la presenza di loop nella presente recensione potrebbe causare vertigini e sensi di nausea. Se i sintomi persistessero, consultare un medico.
«Cosa c’è dopo la morte?»
«Forse è meglio non saperlo.»
È da questo dialogo che ho appena inventato, ma che potrebbe benissimo essere contenuto nel lungometraggio “La scoperta”, distribuito da Netflix, che parte il tema del film.
È un lungometraggio di fantascienza che ti incastra con un incipit da scoppiettio di pop corn, perché ti getta a capo fitto sul prodotto che ha reso vincente il marketing di tutte le religioni, cioè Hal-dee-laH. Si che lo conosci, quello che il claim fa: “Paura che la tua vita sia stata inutile? Hai tanta, ma tanta voglia di rivedere i tuoi cari morti? Hal-dee-laH e alla morte fai cia’ cia’. Hal-dee-laH non ha bisogno di batterie. Si ricarica a preghiere e speranza diluita in una lacrima di credulità.”
Ok. Da quando l’Homo Sapiens si è fatto uno shampoo a base di illuminismo, nella sua testa qualcosa è cambiato ed i followers di Hal-dee-laH hanno cominciato una lenta, ma irreversibile diminuzione, anche per via della poca credibilità dei venditori porta a porta del prodotto. A loro parziale discolpa c’è da ammettere che i reparti marketing delle religioni le hanno tentate veramente tutte. Qualcuna ha tentato il cambio dell’amministratore delegato con personaggi più spigliati anche nell’uso dei social network, altre hanno puntato tutto sulla tradizione. Quest’ultima strategia qualche risultato in più l’ha ottenuto, non dico un aumento di followers, ma almeno neanche l’emorragia di “piacitori” delle altre religioni.
Ma mettiamo che all’improvviso uno scienziatone, di quelli spernacchiati da tutta la comunità scientifica, se ne uscisse con un Hal-dee-laH 2.0, che si ricarica a scienza attraverso solidi macchinari a la Iron Man? Cosa succederebbe allora?
ATTENZIONE: Loop.
«Cosa c’è dopo la morte?»
«Forse è meglio non saperlo.»
«Un giro in un supermercato pieno di sconti in una dimensione parallela del multiverso, pieno di multisale?»
«Non credo.»
«Forse è meglio non farsi questa domanda
«E perché?»
«Perché se poi la gente scoprisse che che esiste l’al di là e che ci si può stare a pensione completa per pochi spicci al giorno e ti cambiano la biancheria una volta a settimana, si correrebbe un gran rischio.»
«Quale?»
«Il suicidio di massa.»
Ed è infatti è subito suicidio di massa, perché tutti corrono a fare la fila per accaparrarsi Hal-dee-laH 2.0. Neanche le file per il nuovo iPhone…
Ed è questa ondata di suicidi che i governi del mondo devono affrontare, mentre lo scienziatone deve vedersela con il peso della responsabilità morale della propria scoperta. Come non bastasse, ci si mette anche lo scontro con il figlio, altrettanto scienziatone (tale padre figlio), che dopo aver collaborato alla costruzione del dispositivo che dimostra l’esistenza dell’al di là, di fronte all’abisso che quella macchina spalanca, ha deciso di togliersi il camice da scienziatone, in cambio di un più modesto camice da scienziato nella media.
Ma arriva il momento di fare i conti con il passato. Arriva sempre, soprattutto nei film americani. Lo scienziatone-padre con il suicidio della moglie e lo scienziato-figlio-ormai-nella-media-ma-pur-sempre-stato-scienziatone, non solo con il suicidio della madre, ma anche con Hal-dee-laH 2.0, di cui si sente in parte colpevole. Il figlio tenta disperatamente di convincere il padre a smetterla di andare a rimestare nel fanta-soprannaturale, sperando così di porre fine all’automattanza dei depressi sfiancati dalla vita.
E cosa succede quando due scienziatoni, in un duello finale, si trovano di fronte ad un dilemma fanta-morale?
ATTENZIONE: Loop.
«Cosa c’è dopo la morte?»
«Forse è meglio non saperlo.»
«Un giro in un supermercato pieno di sconti in una dimensione parallela del multiverso, pieno di multisale?»
«Non credo.»
«Forse è meglio non farsi questa domanda»
«E perché?»
«Perché se poi la gente scoprisse che che esiste l’al di là e che ci si può stare a pensione completa per pochi spicci al giorno e ti cambiano la biancheria una volta a settimana, si correrebbe un gran rischio.»
«Quale?»
«Il suicidio di massa.»
«C’è di peggio.»
«Tipo?»
La soluzione del dilemma fanta-morale è resa più difficile non solo dal fatto che lo scienziatone-padre ha trovato il modo di filmare l’al-di-là (chissà che botto di visualizzazioni avrebbe un canale YouTube con video del genere), ma anche dalla comparsa dell’amore, perché lo scienziato-figlio si innamora di un’aspirante suicida e l’etereo sentimento lo conduce al Frankensteiniano bivio: “distruggo il macchinario o riporto in vita l’amata e fanculo il corso naturale della vita?”
Beh cosa succede di fronte a un dilemma del genere?
ATTENZIONE: Loop.
«Cosa c’è dopo la morte?»
«Forse è meglio non saperlo.»
«Un giro in un supermercato pieno di sconti in una dimensione parallela del multiverso, pieno di multisale?»
«Non credo.»
«Forse è meglio non farsi questa domanda
«E perché?»
«Perché se poi la gente scoprisse che che esiste l’al di là e che ci si può stare a pensione completa per pochi spicci al giorno e ti cambiano la biancheria una volta a settimana, si correrebbe un gran rischio.»
«Quale?»
«Il suicidio di massa.»
«C’è di peggio.»
«Tipo?»
«Che a forza di smanettare con il multiverso, universi paralleli, spazio e tempo e quelle cose là, rischi dei loop temporali. E lo sanno tutti che i loop temporali sono una bella seccatura.»
La domanda fondamentale del lungometraggio è: “Ha senso vivere se conosci la fine?”. Il risvolto musicale di questo accordo narrativo potrebbe anche essere: “Vale la pena di arrivare all’ultima pagina di un romanzo, quando puoi saltare direttamente alla fine?”.
Adesso non mi sembra il caso di impantanarci in discussioni filosofiche dal sapore heideggeriano sull’essere-per-la-morte, perché annoia me al solo pensarlo, figuriamoci a chi legge questa recensione, quindi la mia risposta secca è: “No”. Non vale la pena perché si corre il rischio di vedere evaporare la propria umanità, facendo la fine del kafkiano Gregor Samsa, trasformato in un insetto.
La risposta è “no”, anche perché odio fare spoiler, quindi farò di tutto per evitarlo in questa recensione e in qualsiasi altra. Finché morte non ci separi.
Due parole finali, prima di lasciarci, sull’aspetto strettamente narratologico: incipt feroce ed accattivante, secondo atto sempre più debole e noiosetto, chiusura aggrovigliata e facile con il buon caro vecchio loop temporale, buono per tutte le stagioni, per un lungometraggio di fantascienza più di dialogo che di situazione ed effetti speciali.

Dunkirk

Dunkirk di Joshua Levine non è un romanzo, ma neanche un saggio storico, o una monografia. Ma allora cos’è?
 
Partiamo da cosa parla. Dunkirk è la pronuncia inglese di Dunkerque, cittadina balneare francese dove tra il 26 maggio ed il 3 giugno 1940 si svolse l’omonima battaglia nella prima fase della grande offensiva in Occidente, sferrata dalle truppe tedesche della Wehrmacht, autorizzata da Hitler a partire dal 10 maggio, durante il primo periodo della seconda guerra mondiale.
 
La battaglia, momento fondamentale del piano di ritirata Dynamo fortemente voluta da Churchill, viene ricordata, soprattutto dagli inglesi, come il momento più basso e, allo stesso tempo, più alto della guerra contro l’esercito tedesco. Più basso perché si trattò di una drammatica ritirata del BEF (British Expeditionary Force) dal territorio alleato di Francia. Più alto perché, nonostante l’esercito fosse a un passo della sconfitta, riuscì a ritrovare uno spirito nazionale, che in seguito sarebbe stato il baluardo della resistenza contro gli attacchi tedeschi e il punto di partenza per il contrattacco contro l’asse nazi-fascista.
 
Questo è Dunkirk nell’immaginario britannico. È il momento della rinascita dello spirito inglese che, dalla frammentazione in singoli individui, mosso solamente dal primordiale spirito di sopravvivenza, ritrova lo slancio verso un’unità quasi mistica: lo spirito di un popolo e di un’ideale di democrazia, contro il male assoluto dell’asse nazi-fascista. È la chiamata non solo alle armi, ma all’unità di un popolo.
 
L’autore, Joshua Levine, si pone l’obbiettivo di narrare questo confluire dei ruscelli delle individualità nel mare della totalità dell’ideale, ma non lo fa da storico, cioè dall’alto, con la consapevolezza di chi il risultato già conosce, ma dall’interno dei singoli ruscelli, di chi nella contingenza è spinto solo dall’istinto di sopravvivenza. Dunkirk non è un’apologia della democrazia, né la fenomenologia dell’incarnazione di un’idea, non si srotola con l’andamento del ricercatore calligrafico di eventi da collegare alla luce di un risultato noto, né indugia nella celebrazione e nel trionfo.
 
È la narrazione di storie di uomini in carne e ossa, trascinati da qualcosa più grande di loro, che a volte percepiscono questo essere sovrastati da un dover-essere, ma che più spesso rimane loro oscuro, reso inaccessibile dall’istinto di sopravvivenza. E infatti nessuno dei personaggi conosce il piano di evacuazione Dynamo, sanno solo che devono seguire gli altri e questo fanno, nella speranza di salvarsi.
 
Joshua Levine ci racconta una generazione di giovani usciti dalla grande depressione e alle prese con una nuova percezione di se stessi, spesso ribelle rispetto alla percezione delle generazioni precedenti, quelle che avevano vissuto sulla pelle la prima guerra mondiale, ma non lo fa in modo antropologico o sociologico, anche se gli odori di antropologia e sociologia si avvertono, ma quasi da documentarista: fornisce frammenti di ripresa del reale con l’intenzione di “sporcarla” il meno possibile, lasciando al lettore il compito ultimo di formarsi un quadro.
 
Atti più o meno volontari e consci di eroismo, alternati a gesti di viltà e follia. L’inspiegabile rinuncia di Hitler di affondare il colpo decisivo all’esercito inglese, dandogli il tempo di riunirsi a Dunquerke e da lì ritirarsi in patria, con i mezzi più disparati, dalle navi della marina inglese alle imbarcazioni turistiche civili guidate da normali cittadini, mossi dal senso di dovere e servizio.
 
La vita messa alla prova dell’estremo caos, all’interno del quale balugina una fiammella e un sentore di razionalità.
 
Dunkirk contiene in apertura un’intervista a Christopher Nolan, che da questo libro ha tratto spunto per la sceneggiatura del film nelle sale italiane a partire dal 31 agosto. Un film che, parole del regista, va considerato un horror e non un film storico, perché pone lo spettatore di fronte alla paura in prima persona, una paura fatta di attesa dell’incognito di un nemico tedesco che quasi mai entra in campo.
 
Dunkirk di Joshua Levine non è un romanzo, ma neanche un saggio storico, o una monografia. Ma allora cos’è?
 
È un urlo silenzioso e compostamente british di chi quei momenti li ha vissuti e che sembra volerci dire: «Eravamo solo dei ragazzi, lottammo per tornare a casa con gli ideali di eroismo infranti sugli scogli dalla realtà della guerra. Tornammo con la paura di essere vigliacchi e venimmo accolti come eroi.»
 
La vita è strana. Ma la guerra lo è di più!

Malpertuis

Caro il mio Jean Ray, sono giorni che ti scrivo su Facebook, ma non rispondi mai. Mi dicono dalla regia che sei morto nel 1964. E questa me la chiami una scusa? Per te rispondermi dall’al di là non può essere un problema.
Sei il capostipite della letteratura weird, giusto? Allora mi aspetto a breve una tua qualche risposta attraverso visioni di fantasmi, crepitii e voci dall’oltretomba. Non fare il difficile. Ho appena letto il tuo Malpertuis, quindi so benissimo che lo sai fare. Letteratura weird, chi è costei? In inglese “weird” significa “strano”. Me l’ha detto Francesco Corigliano, che ho conosciuto in una delle passeggiate nel gruppo di Facebook “Leggo Letteratura Contemporanea”.
«E ‘sti cazzi», stai pensando dall’al di là, lo percepisco anche senza seduta spiritica. È come un’eco lontana e ctonia. Era solo per dire che Facebook non è solo gattini, cibo fotografato e bocche a culo di gallina di fronte ad un tramonto, ma esiste una specie di Facebook profondo, al di là delle chiacchiere, che ti consente di scoprire tesori polverosi come il tuo Malpertuis.
Ti piacerebbe il Facebook sotterraneo, uh se ti piacerebbe. Il tuo romanzo è weird non solo per l’argomento, ma anche per la modalità di costruzione del plot, dell’intreccio. Per quanto riguarda l’argomento, siccome sento gli occhi di chi ci sta sbriciando dall’al di qua, non ne parlo per non rovinargli l’eventuale lettura, posso solo dirti che non mi hai sorpreso tantissimo, perché ero fresco della lettura di “American Gods” di Neil Gaiman, quindi già pronto a situazioni sovrannaturali. Sono sicuro però che all’epoca della prima pubblicazione, cioè nel 1943, un certo effetto debba averlo fatto. Però due parole sulla trama, sempre per gli sbirciatori, la devo scrivere, altrimenti come fanno ad invogliarsi a leggerti
Malpertuis è una antica dimora, enorme e sinistra, come ogni casa a cui ci ha abituato la letteratura fantastica, ma Malpertuis si chiama anche, nel medievale Roman de Renart, “l’antro stesso della volpe” e dunque, poiché “la figura della volpe appartiene di diritto alla demonologia”, essa è “la casa del male o piuttosto della malizia”. A Malpertuis vivono, costretti alla coabitazione dal testamento di un inquietante despota familiare, il prozio Cassave, un gruppo di persone formato da parenti, servi e bizzarri estranei. E dentro Malpertuis hanno luogo morti misteriose, legate ai suoi altrettanto misteriosi ed inquietanti inquilini, ma non vado oltre, altrimenti lo spoiler è assicurato.
Se devo dirtela tutta, caro il mio Jean un difetto te lo devo scrivere ed è l’esiguità del tema. Sì il tema. Come te lo spiego cosa sia una tema? Cavolo, dovresti saperlo, eri uno scrittore. Il tema è quello che resta alla fine della lettura di un romanzo e che comincia a lavorare dopo che hai voltato l’ultima pagina, andando a scavarsi una nicchia all’interno della memoria del lettore. Sì, insomma, la morale della storia. Smettila di far muovere il tavolino accanto a me, ho capito che hai capito.
Qual è il tema di Malpertuis, “Mai stuzzicare il cane che dorme, soprattuto se dorme in una casa da horror”, o “Ma cosa ti dice la testa di andare sfruculiare il sovrannaturale”? Fattelo dire Jean, e non ti offendere, il tema è poverello ed il rischio serio è che il romanzo evaporerà a breve dalla mia memoria. Ma te lo saprò dire tra qualche anno, magari quando ci incontreremo nell’al di là, mangiando Madeleines intinte nel tea, insieme a qualche bel mostro dei tuoi.
Ti piaceva proprio distinguerti dagli altri scrittori ed essere weird fino al midollo, vero il mio caro Jean? Va bene che il modo in cui una storia propone la successione temporale degli avvenimenti, non sempre deve corrispondere al presunto svolgimento temporale ontologico. Va bene che il protagonista non debba per forza essere uno solo, ma tu francamente in Malpertuis ci ha dato davvero dentro. Mi è piaciuta l’idea di far partire la storia dal furto di uno scritto, che riporta i misteriosi accadimenti legati a Malpertuis. Libro nel libro. Fico.
Mi piacciono le costruzioni araldiche in abisso, quelle in cui dentro uno stemma c’è uno stemma, dentro il quale c’è uno stemma e così via. Mi ricordano “Otto e mezzo” di Fellini. Mi è piaciuto anche il fatto che il tuo romanzo sembri non avere un centro. È dedalico come la planimetria di Malpertuis stessa, una casa fatta di stanze autonome, che hanno senso non nella loro disposizione geometrica, ma dagli inquietanti personaggi che le abitano
Dì la verità, diabolico di un Jean, ti sei proprio divertito a darmi libri nel libro, raccontati da diversi personaggi. È come se mi avessi detto: «Le tessere adesso ce l’hai, ora divertiti a ricostruire il puzzle.» A metà della lettura ero però frastornato. Quello che un po’ mi affaticava nel viaggio era la dialogazione e la prosa e l’ho fatto sapere a Francesco su Facebook. Io: È davvero divertente, pur nelle tempistiche e dialogazione un po’ datate. Francesco: Sì gli anni che ha addosso si sentono. Però questo contribuisce all’atmosfera polverosa che lo contraddistingue 🙂 leggi leggi.
Ti piace “polveroso”, Jean? A me molto, perché dà proprio l’idea di Malpertuis: rovistare in una vecchia soffitta, per ricostruire una mappa ed arrivare ad una qualche porta che si apra sull’assurdo, anzi, sul weird. Ma quello che veramente mi hai lasciato, caro il mio Jean, è la scoperta di un genere che non conoscevo e che finalmente non mi fa sentire solo, perché anche io scrivo roba weird, visto che il mio ultimo romanzo parla di un operatore di call center che aiuta Dio a rimettere a posto il creato attraverso un software pieno di bug. Se non è weird questo… “Laddove lo scopo primario dell’horror è di spaventare il lettore, il weird è molto più trasversale: la paura non è necessariamente il sentimento fondamentale.
A farla da padrone spesso è la curiosità verso l’ignoto, il sense of wonder, il gusto per la meraviglia e la stranezza. Per dirla con una frase forse un po’ sciocca ma chiarificatrice: nel wired non tutti i mostri vengono per nuocere. Al punto che, quando il weird raggiunge le sue vette migliori, può essere al contempo horror, fantascienza e fantasy. Ivo Torello.
Quando leggevo il Joe Landsdale di “Drive In”, il Calvino del “La trilogia degli antenati” sentivo che mi mostravano la realtà attraverso le lenti della meraviglia, ma una meraviglia strana. Non è che anche loro sono weird? A Joe Landsdale chiedo io, ma a Calvino, caro il mio Jean, non è che chiedi tu? Dovrebbe essere dalle tue parti. Ti pare bello avermi fatto scoprire che sono weird in tutto e per tutto? Non so se me la so gestire questa cosa. Ed infatti adesso sto scrivendo usando due dei miei otto tentacoli e mi meraviglio di come tu non abbia scritto nulla su di me e non mi abbia messo in uno dei tuoi romanzi.
La mia mania di completezza tassonomica, che mi porto dagli studi filosofici passati sui grandi sistemi di pensiero, che sognano di ordinare tutto il mondo con meno tag possibili, mi imponeva la profondissima domanda: «Ma a chi cazzo assomiglia quello che scrivo?» Un fottuto spaesato che, alla sonata età di 45 anni, dopo anni di letture, spesso di polpettoni illeggibili, terminati per puro senso di cristiano martirio, scopre di adorare il genere wired di cui, a quanto mi dicono dalla regia, tu sei uno dei padri fondatori, ecco chi ho scoperto di essere per colpa tua.
Adesso comincia a quadrare tutto. È perché sono weird che adoro le serie televisive di Real Time come “Vite al limite”, “Io e la mia ossessione”, o “Body Bizarre”. Per tornare al tuo Malpertuis e chiudere questa riflessione schifosamente weird, caro il mio Jean, il tuo Malpertuis ha dei tocchi di Poe e l’ingenuità di un fumetto. Sarebbe perfetto in fumetto. Ho letto che ne hanno fatto un film, diretto da Harry Kümel, nel 1971, che è l’hanno della mia nascita. «Un caso? Non credo» direbbe Adam Kadmon.
Grazie Jean, Grazie Francesco di avermi aperto questa “strana” porta su me stesso. P.S. Che per caso anche Terry Pratchett o Douglas Adams sono weird? No, perché li adoro e allora ho pensato che… (sfumando).

Il grande dio Pan

Caro il mio Arthur Machen, diciamocelo tra di noi, ché tanto non ci legge nessuno, può capitare di avere dei disturbi sessuali. Non c’è niente da vergognarsi se il tuo, almeno in questo racconto, sia stata l’eiaculazione precoce. Fatti controllare la prostata.
 
Ah sei morto? Ops, gaffe.
 
Lo so che non ci conosciamo e non è affatto carino da parte mia intrallazzare su tue presunte défaillances sessuali. Please allow me to introduce myself, come canticchiava il buon Mick Jagger, in “Sympathy for the Devil”. E la citazione pietrarotolante non è a caso, visto che questo tuo racconto è impregnato di puzza di zolfo dell’antico serpente tentatore. Sono un lettore attualmente invischiato nella letteratura weird e sono inciampato sul tuo racconto “Il grande dio Pan” dopo aver letto “Malpertuis” di Jean Ray. Devo ammetterlo, satanasso del mio Arthur Machen, sai come corteggiarlo un lettore. Incipit come il tuo se ne leggono pochi.
 
Due scienziati più fuori di testa del Dott. Frankenstein e del Dott. Stranamore ubriachi insieme alla festa di fine anno del liceo, che effettuano un esperimento su una giovane donna, per attivarle una parte del cervello in grado di far sparire la barriera tra mondo spirituale e mondo materiale. Aspetta un attimo, questa cosa mi ricorda qualcosa. Ah sì la ghiandola pineale di cartesiana memoria. Vabbè ma chi se ne frega.
 
Dopo l’operazione, la poveretta riesce a vedere il dio Pan e l’orrore che ne prova le incasina la testa, come una scatola di fiammiferi agitati, al punto che la disgraziata finisce per diventare una crasi tra un tronchetto dell’infelicità ed un involtino primavera terrorizzato, costretta com’è a passare il resto dei suoi giorni a letto con gli occhi sbarrati del terrore e non per le trasmissioni di Barbara d’Urso. Wow. Sì, proprio wow. Così si inizia una storia. Please allow me to introduce Pan, per chi sta sbirciando questa nostra chiacchierata weird. Per te, caro il mio Arthur Machen, Pan è sì il vecchio buontempone del pantheon latino, quello che rappresentava la vitalità e l’unione con la natura ed il creato, ma ci hai messo quella spolverata di buio di divinità celtica “Nodens”, il Nume dell’Abisso, che lo ha reso la fototessera del diavolo cristiano.
 
Risultato? Un tenebroso in grado di far impazzire chi lo incontra, fino ad indurlo all’autodistruzione. Un po’ quello che desideri quando ti rendi conto che quel bastardo del venditore ti ha fatto firmare rate eterne per un’aspirapolvere inutile: autodistruzione! Hai fatto diventare Pan, da emblema del werid, cioè del contatto con la meraviglia e l’insolito, ad una specie di filo della corrente scoperto: chi lo tocca rimane fulminato e si riduce in cenere, dopo aver sofferto anzichenò.
 
Che finaccia. Chi te lo doveva dire, Povero Pan? Me lo ricordavo così allegro e sempre arrapato e tu, caro il mio Arthur Machen, l’hai dipinto incazzato e mortifero. Ma bene lo stesso, caro il mio Arthur Machen, l’hai reso un personaggio interessante, che non vedo l’ora di conoscere e tanto mi basta. Dopo l’incipit bum bum, dai la stura a delle ellissi narrative, dei salti temporali, che portano uno dei due scienziati ad avere a che fare con misteriose morti, tutte da attribuire, dai referti medici, a spaventi sovrumani subiti dalle vittime, peggio di quando ti arriva una cartella esattoriale da Equitalia. E da questo momento, nella partitura musicale del tuo racconto appare il basso giallo della storia d’investigazione, ma una detection un tantino annacquata, dato che mi hai fatto capire subito chi sia l’assassino e come hanno tirato le cuoia i poveri malcapitati.
 
Non mi resta che scoprire i dettagli, giusto per il gusto di completare il puzzle. Continuo a leggere con l’unico obbiettivo di vedere finalmente Pan, in “corna e ossa”, che non è comunque una robetta da tutti i giorni. Una volta ho visto Antonella Clerici dal vivo, ma non so se sia proprio la stessa cosa. E dai dai dai. Che cosa succede a vedere Pan dritto negli occhi, senza occhiali da saldatore? A quando l’esplosione nucleare? Dai fai morire di paura un po’ anche me, caro il mio Arthur Machen. E invece ecco il tuo problemino idraulico: l’eiaculazione precoce. In cambio della mia attenzione e del tempo passato a leggere, tu che come mi gratifichi? Mi spieghi che Pan non può essere descritto. Roba da strapparmi quei due capelli che mi sono rimasti in testa. Tanto rumore per nulla, per finire nella pozzanghera misera di uno spiegone. Simili forze non possono essere nominate, non possono essere descritte o discusse, né immaginate, se non celate da un velo a da un simbolo, un simbolo che appare a più come un’eccentrica fantasia poetica, e ad altri come una storia priva di senso.
 
Fonte: Christian Lamberti – http://www.christianlamberti.com/biblioteca-del-crocevia/recensioni/il-grande-dio-pan-di-arthur-machen/ E no, non si fa così, caro il mio Arthur Machen.
 
Capisco l’eiaculazione precoce, ma mica devo essere io a rimetterci. Che schizzo da prete. Ehi un attimo. Chi è quel tizio che mi sta fissando da dentro l’iPhone? Chi è quel tipetto scuro in volto, con le zampe da capra? Ehi cos’è questo friccico n’er core? L’ictus alla mie età non mi pare il caso. Avviso a chi mi vuole un tantino di bene e sta leggendo questa mia capriola insensata. Accorrete con un portacenere, che mi sa che di me tra un po’ non rimarrà che un mucchietto di cenere. Il senso civico e la raccolta differenziata prima di tutto.