Tutti vogliono uccidere Dio

È appena iniziata la campagna di crowdfunding del mio romanzo «Tutti vogliono uccidere Dio» con la casa editrice Bookabok.

L’idea è di creare una comunità attorno a un libro ancora prima che sia fisicamente nelle mani del lettori e, allo stesso tempo, dare l’ultima parola ai lettori stessi su cosa debba andare in libreria.

Dai un’occhiata al link: Campagna di Crowdfunding di «Tutti vogliono uccidere Dio».

Potrai leggere le bozze in anteprima e lasciare una recensione sul sito di Bookabook.

Ogni piccolo gesto e condivisione del link può aumentare il bacino dei potenziali lettori e può avvicinarmi all’obiettivo di raggiungere le 200 copie di prevendite, grazie al quale «Tutti vogliono uccidere Dio» potrà uscir a riveder le stelle.

Daje forte!

Il mio genere: alla ricerca del genere perduto

Bookabook mi ha chiesto di pubblicare dei posti in cui descrivo il mio genere narrativo.

Queste le parole di un regista che ha letto le bozze di “Tutti vogliono uccidere Dio”: «Mi sono divertito, ma è roba strana e purtroppo non tratto il genere distopico ontologico.»

Da ipocondriaco provetto mi piazzo davanti al computer, ma nessuna traccia di genere distopico ontologico, anche se in compenso ho finalmente visto com’è fatto un pangolino.

Cerca e ricerca ciccia fuori che il mio genere È e NON È distopico.

È DISTOPICO perché mi piace descrivere realtà immaginarie, perché descrivere e/o leggere descrizioni realistiche di personaggi e situazioni, mi annoia alla morte.

NON È DISTOPICO perché non narro mai il futuro, solo qualche strisciatina di passato ed il mondo che racconto non è mai opprimente e pericoloso, al massimo surreale, paradossale e comico. Sarà perché ho iniziato la mia carriere di autore scrivendo cartoni animati?

Se il genere distopico non mi inquadra completamente, non mi resta che andare ad analizzare l’«ontologico».

I personaggi: Tony Munafò

Ho trentatré anni e mi chiamo Gaetano Munafò, ma nessuno può chiamarmi Gaetano. Mi dovete chiamare Tony e basta.

C’è una parola che mi definisce e che è uno dei sette vizi capitali: accidia. È un modo molto pettinato per dire che sono pigro fino allo sfinimento.

Vivo da solo da tre anni ed il mio trailer è: sono Tony, che ha lasciato l’università a cinque esami dalla fine e che lavora nel Call Center dell’assistenza italiana della Peach, l’austriaca Software House più ricca del mondo, che affitta i lavoratori dalla Human Performance, che li affitta dalla Front&Back, che a sua volta li affitta dalla HardworkinForce, in una di quelle scatole cinesi a l’italiana per pagare meno tasse.

Altro che “generazione mille euro”. Averceli mille euro al mese. 

Non mi piaceva la mia vita, questo è vero, ma è cambiata quell’estate ho incontrato Dio.

Com’è nato «Tutti vogliono uccidere Dio»

La prima domanda che mi ha fatto il team di Bookabook è: « Com’è nato Tutti vogliono uccidere Dio?».

Mi serviva immediatamente un lavoro «normale», perché la precedente carriera come sceneggiatore si era arenata e dovevo dimostrare alla mia futura ex moglie che ero in grado di affrontare la «vita reale». 

Ho risposto ad un annuncio di un’agenzia del lavoro interinale e mi sono trovato catapultato in un Call Center, un mondo surreale, il bar di Guerre Stellari dove tutti recitano il mio stesso mantra: «È un lavoro temporaneo». 

Quando mi è evaporata la libertà tra le mani è apparsa la vocina in testa: «La libertà è fare quello che ti pare? Se potessi fare quello che vuoi, saresti finalmente felice?»

Era nato «Tutti vogliono uccidere Dio», una teodicea inversa in cui tutti hanno un motivo per uccidere Dio, perché non ha mantenuto le promesse.

Il mio genere: «ontologico» non è una parolaccia

Ti ricordi che ho tentato di inquadrare il mio genere di scrittura ed ero arrivato a escludere il genere distopico come pienamente calzante.

Rimane allora da vedere cosa si intenda per «Ontologico».

È uno di quei paroloni che fanno tremare i polsi, perché è un termine della filosofia classi, che si incontra a rotta di collo da Aristotele in poi.

L’ontologia letteralmente significa «discorso sull’essere» ed è la ricerca delle cause ultime della realtà, della natura delle cose.

Messa così, tutto è ontologia, o non lo è niente, perché non c’è nulla che non faccia parte dell’essere e che quindi non sia.

Messo però insieme a distopia, potrebbe voler significare che la natura reale delle cose è diversa da come crediamo che sia. 

Allora mi sono risuonate di nuovo le parole del regista: «Mi sono divertito, ma è roba strana e purtroppo non tratto il genere distopico ontologico.»

Prossima tappa? Andare a controllare se esista una letteratura strana. Non credo, ma tentar non nuoce.

I personaggi: Junior

Non ho l’età, non nel senso della canzone, ma proprio perché il tempo mi scivola addosso, non mi attecchisce e questo perché sono Dio. Sì quel Dio lì. In realtà ho molti nomi, mica solo “Dio”. C’è chi mi chiama Geova, Jahvè, ma io preferisco Junior. Mi piacciono gli emo, gli hipster, gli scozzesi e l’amaro medicinale del Frate in Chiostro.

Ho esattamente una settimana per dimostrare a mio padre che il mondo non necessiti di un reset. Per carità, di voi umani non me ne frega un granché, ma se non lo convinco, sarò costretto a tornare nell’alto dei cieli, dove si muore di noia. Niente odore di pioggia, niente risse, niente sesso, solo pura adorazione. 

Ho provato in tutti i modi a far capire a mio padre che non sono portato per fare il Dio, ma lui insiste che è una tradizione di famiglia e che quando si ritira, vuole lasciarmi l’attività di famiglia e godersi la pensione in pace, senza l’ansia di sapere che il figlio non ha ancora trovato un lavoro.

Di cosa parla?

Se c’è una cosa che Bookabook non riesce proprio a non fare è porgere domande, quindi mi hanno chiesto: «Di che parla Tutti vogliono uccidere Dio?»

Parla di un tema di attualità, soprattutto dopo un periodo forzato di stop come quello che stiamo vivendo: tutti ci meritiamo una seconda chance.

Ammettilo, anche tu ti lamenti spesso dei limiti che ci impone il destino, ma se potessi liberartene, come reagiresti? Ce la faresti a sostenere il vero peso della libertà?

«Tutti vogliono uccidere Dio» butta un occhio su come sarebbe la tua vita se fossi davvero libero. Sarebbe davvero così bella e felice come credi? Per il consulente tecnico informatico Tony Munafò, il protagonista di Reboot, la libertà non è stata facile da gestire. 

Tony vive in un mondo di strani mammiferi, gli homo sapiens sapiens, che si portano dietro, dal tempo del Big Bang, un bug di programmazione che li rende imbranati nella gestione del parametro comportamentale di base, la libertà, che a cascata, ha causato altri sette bug: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia.

Dio, in arte Junior, gli chiede aiuto per riprogrammare Reboot, il complicato software usato dalle divinità per creare e gestire il mondo, altrimenti il creato subirà un reset e restano solo sette giorni per farlo.

In una settimana si gioca non solo il destino lavorativo e sentimentale di Tony, ma anche quello di tutti i suoi strampalati ed improbabili simili, sull’orlo dell’estinzione… a loro insaputa.

«Weird» ma non troppo strano

Nei post predecenti, alla ricerca del mio genere, che dovrebbe essere lo strano «distopico ontologico» ho escluso sia il distopico puro, che l’ontologico. Non mi restava che cercare se esistesse un genere strano.

Ero sfiduciato e invece esiste eccome si chiama «letteratura weird». Che cos’è? È un genere di letteratura a cui piace camminare sul filo del rasoio tra l’inverosimile e l’impossibile, solitamente con toni vicino all’horror, una contaminazione tra horror, fantascienza soft, dark fantasy.

Altri autori che ti consiglio, se ti vuoi fare un giro per questo genere sono E. A. Poe e Jean Ray, il cui “Maplpertuis” ho anche recensito.

Il mio genere, per essere strano è strano e condivide con il weird la voglia di vedere il mondo sottosopra, ma quello che mi manca assolutamente è il senso di orrore e di grottesco tipico di questo genere.

Sconforto!

Non sono completamente weird, non sono completamente distopico, non sono completamente ontologico. Nel prossimo posto tiro le somme di punto ho tentato di analizzare sinora, in modo da avere una prima sintesi sul mio genere narrativo.

Dai un’occhiata alla campagna di crowd funding di «Tutti vogliono uccidere Dio».

Puoi leggere le bozze in anteprima e lasciare una recensione sul sito di Bookabook. Ogni piccolo gesto e condivisione del link può aumentare il bacino dei potenziali lettori e può avvicinarmi all’obiettivo di raggiungere le 200 copie di prevendite, grazie al quale «Tutti vogliono uccidere Dio» potrà uscir a riveder le stelle.

Serena

Ho venticinque anni e mi chiamo Serena. Sono nata a Pescara, dove mio padre fa un lavoro molto creativo: il rappresentante di cuscini per casse da morto. 

Devo tutto, ai preti. Mi sono laureata in Scienze delle Comunicazioni, grazie alla borsa di studio della Congregazione del Sacro Cuore dei Sandali del Signore. In attesa di un posto di lavoro migliore, mi hanno anche trovato un impiego al Call Center della Peach.

Perché ho deciso di accettare l’invito ad uscire di Tony? Perché è l’unico collega che ancora non ci abbia provato con me. Secondo me è un omosessuale e, siccome non ne ho mai frequentato uno, voglio proprio capire come sono fatti. La mia è una curiosità da entomologa, abbinata al desiderio di fargli scoprire come Nostro Signore possa riportarlo sulla retta strada.

Se fosse un film

Eccola un’altra di domanda del team di Bookabook: «Che film sarebbe Tutti vogliono uccidere Dio?» 

Sicuramente posso dire chi sarebbe il regista: Terry Gilliam. Ce l’hai presente? Quel visionario che creava i surreali e divertentissimi cartoni animati dei Monty Python, nella serie «Monty Pyton Flying Circus». Adoro i suoi film e sicuramente ne hai visto qualcuno anche tu. Te ne cito solo qualcuno dei più famosi: L’esercito delle 12 scimmie, Brazil.

Quel folle di Gilliam riesce a restituire visivamente la parte sott’acqua dell’iceberg dell’insensatezza dell’esistenza, di cui la parte «normale» e catalogabile è solo la punta e lo fa senza angoscia, ma con una risata liberatoria.

Lo sceneggiatore non potrebbe essere che Douglas Adams. Chi è Douglas Adams? Ma sì che lo conosci. Ti dice niente «Guida intergalattica per autostoppisti», oppure «Dirk Gently – Agenzia di investigazione olistica»?

Adams mischiava molti generi letterari, dal giallo alla fantascienza, dall’horror al fantasy e, soprattutto in Dirk Gently, riusciva a fornire una visione del creato come di un tessuto che guardato da lontano sembra semplice, ma complessissimo se visto da vicino, perché qualsiasi filo è intrecciato con tutti gli altri e tirandone uno si rischia di sfibrare l’intero tessuto. Sì, il buon Adams era ossessionato dal tempo come me, o meglio, io sono ossessionato dal tempo come lui. Ubi major…

Le musiche? E c’è da chiederlo? Goran Bregović. Si quello della colonna sonora di Underground di Emir Kusturica e di Kalashnikov. La Unza Unza music balcanica, eccessiva e coloratissima.

Gli attori? Ne propongo solo tre, anche perché ho intenzione di fare dei post appositi.

Tony Munafò sarebbe Ben Stiller.

Dio, alias Junior, sarebbe Zach Galifianakis.

Serena, la quasi fidanzata di Tony, sarebbe sarebbe Zooey Deschanel.

Benvenuto al distopico ontologico

Nei post precedenti, alla ricerca del mio genere, che dovrebbe essere lo strano «distopico ontologico» ho escluso sia il distopico puro, che l’ontologico. Non mi restava che cercare se esistesse un genere strano. Ero sfiduciato e invece esiste eccome si chiama «letteratura weird».

È arrivato il momento di mettere insieme tutte le ricerche dei post precedenti sulla ricerca del mio genere narrativo.

È un po’ distopico perché racconto una realtà immaginaria. È ontologico perché mi piace mostrare che la vera natura delle cose è diversa da come crediamo che sia. È weird perché non posso fare a meno di vedere il mondo sottosopra.

Non aspettarti quindi descrizioni ombelicali della psicologia dei personaggi nei miei romanzi, non che non piaccia chi lo fa, ho adorato «À rebours di Karl Huysmans», in cui il protagonista si immerge nei propri ricordi e si abbandona alla corrente di pensieri partoriti dalla sua mente isterica e inquieta, solo che non mi viene proprio naturale.

A questo credo vada aggiunto la mia formazione professionale, cioè la sceneggiatura. Avendo scritto per anni per l’audio visivo, la mia scrittura si è inzuppata di immagini. In una sceneggiatura non si accede al pensiero dei personaggi, che sono per lo più corpo ed azioni e non pensieri. In una son esiste la terza libera indiretta, cioè il «egli pensava che…», a meno che non si usi la voce fuori campo, espediente che odio visceralmente, perché la ritengo una paraculata scorretta, tranne che in pochi rarissimi casi. 

In poche parole, credo di poter affermare che la mia scrittura sia rapida e visiva come una sceneggiatura, ma non c’è rapidità che non sgorghi da una determinata idea del tempo ed è questo che proverò ad affrontare nel prossimo post.

Ispirazione

Mi è stato chiesto da Bookabook da quali autori ho tratto ispirazione per scrivere «Tutti vogliono uccidere Dio». Domanda da millemila soldi, ma sopratutto angosciante quanto «Vuoi più bene a mamma o a papà?». 

La certezza è di lasciare sicuramente fuori qualcuno dalla lista, ma chi se ne importa?

Sicuramente Franz Kafka e Lewis Carrol per la loro capacità di indicare come «normalità» sia un termine autoreferenziale, cioè che indica solo la sequenza di lettere di cui è composta, senza aver un riferimento duraturo e comunicabile agli altri nell’esperienza quotidiana. Da loro ho imparato che un giorno ti svegli e tutto quello che ti è sempre sembrato normale ti si sfalda tra le mani e non c’è verso di ripararlo, perché la realtà da quel momento ti colerà per sempre tra le mani. Questo se ti dice bene, perché se ti dice male ti risvegli e… sei uno scarafaggio!

Da François Rabelais ho imparato a ridere sempre e comunque di fronte all’enormità dell’esistenza, che è talmente gigantesca da non poter mai essere scalata se non ti fai gigante pantagruelico, bulimico divoratore di vita.

Infine Jonathan Swift e Daniel Defoe, autori de «I fantastici viaggi di Gulliver» e de «Le avventure di Robinson Crusoe», per avermi insegnato il gusto degli esperimenti sociologici mentali, cioè del mettere i personaggi in situazioni che stravolgono la loro vita consolidata, per mostrarci tutta la relatività di ogni momento storico-sociale.

A tutti gli autori che si sentono ingiustamente esclusi da questa lista consiglio di contattare il mio legale per eventuali querele.

Tempo al tempo

Assodato ormai nei post precedenti che il mio genere narrativo è il distopico ontologico, ho scoperto un’altra cosa sulla mia scrittura. È per questo che uso d’altronde che uso i social, come un diario. L’idea è di arrivare a liberarmi degli strati del mio ego per andare a veder cosa rimane e lo faccio lasciando tracce attraverso scritti, video e riflessioni. Rileggendomi ho le idee più chiare da dove vengo e se stia andando in qualche direzione e le tue opinioni mi possono aiutare tantissimo, perché siamo animali sociali.

Come sempre mi stavo perdendo nelle mie elucubrazioni. La mia scrittura, dicevo, gira sempre attorno all’ossessione del tempo. Ora che ci penso, anche la mia tesi di laurea in filosofia trattava del tempo come radice e liquido amniotico in cui nasce e si sviluppa la coscienza. Tranquillo non ti attacco adesso un pippone filosofico, ma un po’ di tempo al tempo lo devo dedicare. 

Immaginiamo che il tempo esista. Sì immaginiamo, perché il tempo mica l’ha mai visto nessuno. Al massimo hai visto lancette di orologi che girano, o granelli di sabbia cadere in una clessidra, o persone invecchiate, ma il tempo vero e proprio no.

Puoi rappresentare il tempo come un vettore, che abbia quindi una direzione. Tutti gli eventi che sono accaduti, accadono e accadranno nell’universo puoi rappresentarli come dei punti sul vettore. Questo vettore ha una sola direzione e quindi non può essere percorso al contrario.

Quando narro una storia, creo un vettore scegliendo di metterci sopra solo alcuni eventi e di tralasciarne altri, seguendo il principio di causa-effetto, vale a dire che ogni evento è effetto di quello che lo precede e causa di quello che lo segue.

E qui viene il bello della scrittura. Quando scrivo questo vettore lo percorre nella direzione che decidi io. Posso tornare indietro, fermarmi, riprendere la direzione, decidere di iniziare dalla fine, per poi ripercorrere tutta la strada.

È una sensazione che penso possa aver provato Dio, o chi ne fa le veci, quando a creato l’universo.

Una altro motivo per cui il tempo è fondamentale nel mio modo di scrivere lo puoi rintracciare nelle «Lezioni americane» di Calvino. La rapidità! Rapidità nell’andare dritto al punto, e rapidità nelle prosa, fatta di periodi il più brevi possibili, perché chi usa 500 parole per descrivere ciò per cui ne basterebbero 400, è in grado di qualsiasi crimine contro l’umanità.

Ma non esiste spazio senza tempo direbbe il buon Einstein e se lo diceva lui sarà pur vero, quindi nel prossimo post daremo una sbirciatina al tempo nel mio stile di scrittura.

La scrittura

Qual è il mio rapporto con la scrittura?

Scrivere, per me, è una malattia e la sua stessa cura.

È una malattia perché è un disturbo che porta ad allontanarsi dalla vita, per pensarla, invece che viverla. È uno sforzo inesauribile di raccogliere i cocci per tenere in piedi il vaso traballante del senso, uno sforzo che forse solo il buon Sisifo può capire.

Perché allora continuo a farlo, se è così faticoso? Perché scrivere è anche la cura a quel disturbo. È una via d’uscita, insieme all’arte in generale, dall’insostenibile pesantezza del rumore, miserabile acufene, dell’insoddisfazione latente e continua.

È attività terapeutica che mi aiuta a guardarmi da fuori, senza prendermi sul serio, decostruendomi e distruggendomi, per poi ricostruirmi. La parola greca per descrivere quest’attività di distruzione è «ironia». Senza questa inesauribile demolizione-ricostruzione, non mi rimarrebbe altro che prendermi sul serio e quello sarebbe il vero inferno.

Non esiste scrittura senza ironia. La scrittura è fatta della stessa sostanza della risata. Ridere, come scrivere, o come la bellezza in generale, mi fa guardare la vita da un’ottava più alta. Hai presente la tastiera del pianoforte? Do, re, mi, fa, sol, la, si e poi… di nuovo do, ma un’ottava più in alto? Ecco per me scrivere è fare continui salti di ottava a ritmo di grammatica.

Ultimamente ho sempre più l’impressione che, più che scrivere, io venga scritto. Lo so, non ha senso, ma ci hai fatto caso come iniziavano i proemi dei poemi greci? «Cantami, o diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli achei…» e non «Occhio, attenzione tutti, adesso vi racconto la storia dell’incazzatura di Achille». I poeti greci non scrivevano inventando, ma scrivevano dopo aver ascoltato dalla divinità. Qualcosa vorrà pur dire, no?

Moltiplicare lo spazio

Della mia ossessione del tempo e come si innesti all’interno nel mio genere narrativo, ho parlato nel post precedente.

Oggi quindi non posso che parlare del tempo, perché come tutti sanno spazio e tempo sono due angoluature diverse da cui osservare il silenzio e anzi, per qualcuno, sono addirittura la stessa cosa e condividono un appartamento di 45 metri quadri a Trastevere.

Lo spazio in cui i miei personaggi era mia scrittura si muove è sempre quello euclideo, quello in cui due rette parallele non si toccano mai e all’infinito si ignorano e a mandano in giro maldicenze l’una sull’altra.

Lo spazio è un illusione. Quel bar ti sembra un bar normale, è invece nel retrobottega caspita una riunione di divinità minore dell’antica Roma, sopravvissute al passar del tempo.

Quell’altro ti sembra un normalissimo e banalissimo monolocale? Invece è l’abitazione di Dio.

Cosa vuol dire? Niente di che, se non che nulla è come appare, in primis lo spazio e che se aguzzi lo sguardo, ti si aprono mondi inaspettati disseminati di personaggi inediti, che andrò a trattare nel prossimo post.

Call center

Uno dei luoghi di Reboot è un Call Center, un logo surreale fatto di lacrime, sudore e questionari di soddisfazione cliente.

Quello che colpisce immediatamente di un Call Center è il costante brusio di fondo che solo chi abita ai piedi delle cascate del Niagara può capire. È il brusio degli operatori stipati e aggrappati per anni al mantra «è un lavoro temporaneo».

Il Call Center è un trauma vero, un senso di fallimento assoluto, la fine di ogni illusione di libertà, ma anche un mondo abitato da persone persone bellissime, di tutti i generi e classi sociali, dal laureato in ingegneria, a quello in lettere.

Ma esistono due tipi di Calle Center, quello inbound, cioè dove sono i clienti a chiamare, e quello outbound, dove è l’operatore che chiama i potenziali clienti e gli si aggrappa agli stinchi nel miraggio di qualche spicciolo a chiusura di contratto. Quest’ultimo è l’inferno vero. Una guerra di trincea a colpi di contratti telefonici della stessa comprensibilità del lineare B cretese, ai quali i clienti, disturbati nei momenti meno opportuni, rispondono con l’artiglieria pesante di vaffanculo volanti.

Le agenzie di lavoro interinale

Le agenzie del lavoro affittano il lavoratore all’azienda A, che a sua volta lo affitta all’azienda B, che non contenta, l’affitta all’azienda C, in un travaso di soldi che fa lievitare il costo del lavoro, col risultato che il lavoratore si ritrova comunque in tasca meno soldi e vive nell’ansia dal sapore di ricatto di mancati rinnovi, I rinnovi che possono essere di pochi giorni e le aziende sono libere di dargli un bel calcio in culo dall’oggi al domani.

Il capolavoro? Lo staff leasing del lavoratore, un contratto d’affitto a lungo termine, esattamente come le automobili aziendali, che lo rende sì precario, ma a tempo indeterminato.
«Tutti vogliono uccidere Dio» inizia proprio alla scadenza tra sette giorno dell’ultimo rinnovo possibile di Tony Munafò, che è ad un bivio: o dovrà lasciare l’azienda, o gli verrà proposto lo staff leasing. O la disoccupazione, o il ricatto a tempo indeterminato, o peggio ancora, improponibili corsi di formazione professionale per renderti appetibile alle azienda, che si risolvono nel nulla di fatto e nel “ciao è stato un piacere” con un tasso di probabilità che rasenta la certezza.

Terry Gilliam

A chi vuoi più bene a Mamma o a papà? chiedeva il grande capo Palla Pesante della tribù dei Cefalon al figlio Capo di Bomba.

Capo di Bomba rispondeva: «A Pippo Baudo», io invece non posso che rispondere: «A Terry Gilliam.»

Lo sempre amato visceralmente, sin dai cartoni animati che creava per i Monty Python Flying Circus, passando per il delirante «Brazil», fino a «L’uomo che uccise Don Chisciotte».

Un amore senza «se» e senza «ma». Adoro il suo mettere tutto sotto sopra, il suo sguardo sempre meravigliato e meraviglioso, il suo sconvolgere la quotidianità dalle radice. Dopo aver visto un suo film il mondo non può essere più lo stesso e se hai visto «L’esercito delle 12 scimmie» sai bene di cosa sto parlando.

Gilliam è sicuramente uno dei più grandi barman della storia, perché sa mescolare colto e pop, alto e basso, immagini ferme e e in movimento, per creare dei cocktail raffinati, ma dolciastri e mai dissetanti.

Dammi retta, fatti un regalo, compra «Gilliamesque, un’autobiografia pre-postuma»

Casa di Tony

Il subaffitto acrobatico è uno dei modi di abitare più comuni a Roma. Avete visto il costo degli affitti? Beh, con uno stipendio medio, per giunta precario, l’idea di poter vivere da soli è ai livelli dell’utopia hippie. Tony quindi è costretto a condividere una stanza in un appartamento in cui vive con altre tre persone, la calabrese ex ricca Agata, lo sceneggiatore fallito e altrettanto calabrese ex marito di Rocco e il loro figlio nerd adolescente Audace.

L’appartamento si trova nell’estrema periferia di Roma, ma potrebbe server anche di Nairobi, raggiungibile con almeno due ore di mezzi pubblici, di odori di sudori non facenti sicuramente parte di questo sistema solare.

Agata e Rocco erano abituati ad un appartamento one a Prati, al Centro di Roma, ma la crisi ’ndo coije coije e così l’appartamento in periferia diventa un ricettacolo di rimpianti, rimorsi e benedette mal masticate e mai digerite.

Adesso non vorrai farmi credere che non hai mai conosciuto un’appartamento del genere…

Terry Pratchett

Terry Pratchett, Terry Pratchett, Terry Pratchett… lo ripeto ossessivamente così ti rimane nella memoria, perché sono sicuro che non ne hai meai sentito parlare, eppure Pratchett è stato l’autore più venduto degli anni novanta e al 2010 ha venduto complessivamente 65 milioni di copie dei suoi libri, tradotti in 37 lingue. Mica bruscolini.

Se Balzac ha costruito il mondo della Comédie humaine con l’intento di descrivere in modo quasi esaustivo la società che lo circondava, Pratchett ha fatto lo stesso con la serie del Mondo disco. Al contrario di Balzac, che ha usato il microscopio per analizzare gli uomini come formiche, Pratchett ha usato il telescopio per puntarlo su un mondo talmente distante da essere vicinissimo, perché la luna guardata dal telescopio è a portata di mano.

E questo sua capacità di guardare il lontanissimo per descrivere il vicinissimo con sorriso bonario e non con quello amaro di Balzac è ciò che gli invidio di più, oltre all’aplomb con cui si spolvera le spalline dai residui polverosi dell’insensatezza dell’esistenza.

Eppure rimane sempre una lucerna alla fine del tunnel dei suoi romanzi, una speranza di indossabilità, come se dicesse. «Se non puoi capire e dominare la vita, almeno abbinagli il colore giusto dei pantaloni.»

Scannatoio

C’è un luogo in che rappresenta la speranza che i soldi investiti in blefaroplastiche ed il tempo trascorso in feste del jet set o su Instagram e Tik Tik con culi balconata e bocche a culo di gallina non sia stato buttato al vento e che il sogno di entrare nel rutilante mondo del spettacolo si realizzi e questo luogo è l’appartamento che il fallito ex sceneggiatore Rocco Maugeri affitta per i propri incontri galanti a suon di «Non ti preoccupare ti faccio conoscere il direttore di Rai Yo Yo, ma tu tu devi essere gentile con me.»

Speranze che però puntualmente si infrangono la mattina sull’Iceberg di un “Mi faccio sentire io, non ti preoccupare.»

Lo scannatoio di Rocco si trova in Prati, a due passi dal Vaticano, luogo quindi facilmente raggiungibile anche dai prelati che qui sono di casa ed è qui che l’armata Brancaleone formata da Junior, Stefano e Serena troveranno per un po’ rifugio dalla caccia che gli danno sia Congregazione del Sacro Cuore dei Sandali del Signore che il Gruppo Atei Materialisti Scientifici, entrambi intenzionati a far fuori Dio.

Situato in un palazzone ottocentesco, rigorosamente senza ascensore, Rocco l’ha arredato ispirandosi alla casa del suo autore preferito, al vate Gabriele d’Annunzio, ricreando un Vittoriale in miniatura.

Christopher Moore

Christopher Moore, con «Il Vangelo secondo Biff» e i Monty Python con «Brian di Nazareth» mi ha dato il coraggio di scherzare con la religione.

Senza paura di mischiare in modo carnevalesco, Moore crea un cocktail narrativo irresistibile mischiando tutto senza paura vampiri, religione, divinità, techno-disagi-esistenziali-urbani, qualunque cosa voglia dire ‘sto neologismo.

Ne «Il Vangelo secondo Biff» dà fuoco alla miccia delle domande che chiunque si porrebbe, se libero dagli sguardi torvi dei preti: Gesù giocava a fare il kung fu con gli amici? Si scaccolava? Ha sempre saputo come fare il Messia, sin da piccolo? I miracoli gli sono sempre venuti bene, ho ha dovuto esercitarsi un po’, come qualsiasi batterista che si rispetti?

Anche altri autoroni si sono cimentati nella riscrittura dei Vangeli, primo fra tutti Il Vangelo secondo Gesù Cristo, di José Saramago, ma leggere quello di Moore, dopo quello di Saramago, è come ascoltare un dialogo di Pulp Fiction, dopo aver appena assistito al sermone natalizio di Papa Francesco.

E niente, devi leggere assolutamente «Il Vangelo secondo Biff».

Casa di Junior

Come ti aspetti che sia l’appartamento di Dio? Ci hai mai pensato?

Come minimo pareti azzurre come il cielo, profumo d’incenso e musica celestiale, giusto? Invece è un monolocale pulcioso nel centro della città.

Sulla parete di destra, appena entrati, ci sono tre file di mensole sovrapposte, sulle quali sono disposte delle Action Figures stranissime. Su quella di sinistra invece ci sono quattro posters: quello di Hitler, quello di Gesù di Nazareth, quello di Elvis Presley, quello di Paul McCartney e Bob Dylan.

Ecco la disposizione dei modellini sulle mensole, partendo dal basso, verso l’alto. Sul primo scaffale il primo modellino è in solido marmo di Carrara e raffigura il “Modello atomico di Bohr” dell’idrogeno, quello che sembra un piccolo sistema solare, con il nucleo al centro, come un sole, e gli elettroni che gli girano attorno, come pianeti. Segue un pesce con le zampe, una scimmia in tuxedo e con un monocolo all’occhio destro e un centauro al contrario, cioè la parte di uomo sotto e quella di cavallo sopra.

Sul secondo scaffale ci sono un UFO, di quelli da Area 51, col capoccione e gli occhioni da ipertiroideo a mandorla; una specie di dinosauro con il collo lunghissimo e le pinne, al posto delle zampe, identico al Mostro di Loch Ness; Babbo Natale.

Sul terzo scaffale ci sono un essere antropomorfo, ma con la pelliccia da orso bianco, identico allo Yeti, se non fosse per le sneakers dell’Adidas; una donna in tuta da ginnastica, ma con dieci braccia, identica alla dea Kalì; Marilyn Monroe, nella impareggiabile posizione del vento dalla grata in “Quando la moglie è in vacanza”. Sono gli studi per realizzare l’uomo…

Neil Gaimann

Finisco di scrivere il mio romanzo «Backup» in cui nero le vicende delle divinità romane che si sono mischiate agli umani per non rischiare di finire nel dimenticatoio e in che lettura mi imbatto? «American God» di Neil Gaimann.

In «American God» veniamo in contatto con alcune divinità dei pantheon più disparati, trasferitisi in America, come cavalli di Troia, dentro le storie degli immigranti. Un sottobosco di personaggi inquietanti, una versione freaks degli alieni di “Men in Black”, che vivono in mezzo ai mortali umani senza che questi se ne accorgano. Molto simile al mio «Backup», ma cosa potevo farci? Ormai l’avevo scritto.

Di Neil Gaiman adoro il sapore fumettoso e il riciclaggio del patrimonio comune a tutti noi della mitologia. Anche il mio «Backup» attinge a piene mani alla mitologia. Ho letto «American God» dopo aver scritto «Backup». Giuro.

I personaggi

Diamo una sbirciata ai miei personaggi? Di chi parlo?

Credo che chiunque si imbarchi nella melmosa attività della scrittura non possa far altro che parlare di se stesso ed era inevitabile quindi che i miei personaggi fossero in realtà aspetti della legione che mi abita dentro.

Il protagonista Tony Munafò è la personificazione della mia pigrizia e dei miei rimpianti. Junior, all’anagrafe Dio, è invece la summa dei problemi irrisolti e irrisolvibili della teologia. In backup invece il protagonista Vertumno è l’esempio dell’inadeguatezza che portata all’estremo diventa comica.

I miei personaggi credo siano dei frattali. Si ripetono nella forma allo stesso modo su scale diverse, e dunque ingrandendo una qualunque loro parte si ottiene una figura simile all’originale: me stesso. Personaggi sempre e comunque inetti, pesci fuor d’acqua e fuori posto, esattamente come mi sento io nel mondo.

Una cosa è sempre assente nella descrizione che do dei miei personaggi: il giudizio morale. Ognuno di loro è quello che è, non potrebbe essere diverso e non dovrebbe essere diverso. Niente giudizi, solo sorrisi, gli stessi sorrisi di un genitori che assiste al tentativo goffo di un figlio di volare gettandosi dalla sedia indossando un paio di ali di cartone.