Malpertuis

Caro il mio Jean Ray, sono giorni che ti scrivo su Facebook, ma non rispondi mai. Mi dicono dalla regia che sei morto nel 1964. E questa me la chiami una scusa? Per te rispondermi dall’al di là non può essere un problema.
Sei il capostipite della letteratura weird, giusto? Allora mi aspetto a breve una tua qualche risposta attraverso visioni di fantasmi, crepitii e voci dall’oltretomba. Non fare il difficile. Ho appena letto il tuo Malpertuis, quindi so benissimo che lo sai fare. Letteratura weird, chi è costei? In inglese “weird” significa “strano”. Me l’ha detto Francesco Corigliano, che ho conosciuto in una delle passeggiate nel gruppo di Facebook “Leggo Letteratura Contemporanea”.
«E ‘sti cazzi», stai pensando dall’al di là, lo percepisco anche senza seduta spiritica. È come un’eco lontana e ctonia. Era solo per dire che Facebook non è solo gattini, cibo fotografato e bocche a culo di gallina di fronte ad un tramonto, ma esiste una specie di Facebook profondo, al di là delle chiacchiere, che ti consente di scoprire tesori polverosi come il tuo Malpertuis.
Ti piacerebbe il Facebook sotterraneo, uh se ti piacerebbe. Il tuo romanzo è weird non solo per l’argomento, ma anche per la modalità di costruzione del plot, dell’intreccio. Per quanto riguarda l’argomento, siccome sento gli occhi di chi ci sta sbriciando dall’al di qua, non ne parlo per non rovinargli l’eventuale lettura, posso solo dirti che non mi hai sorpreso tantissimo, perché ero fresco della lettura di “American Gods” di Neil Gaiman, quindi già pronto a situazioni sovrannaturali. Sono sicuro però che all’epoca della prima pubblicazione, cioè nel 1943, un certo effetto debba averlo fatto. Però due parole sulla trama, sempre per gli sbirciatori, la devo scrivere, altrimenti come fanno ad invogliarsi a leggerti
Malpertuis è una antica dimora, enorme e sinistra, come ogni casa a cui ci ha abituato la letteratura fantastica, ma Malpertuis si chiama anche, nel medievale Roman de Renart, “l’antro stesso della volpe” e dunque, poiché “la figura della volpe appartiene di diritto alla demonologia”, essa è “la casa del male o piuttosto della malizia”. A Malpertuis vivono, costretti alla coabitazione dal testamento di un inquietante despota familiare, il prozio Cassave, un gruppo di persone formato da parenti, servi e bizzarri estranei. E dentro Malpertuis hanno luogo morti misteriose, legate ai suoi altrettanto misteriosi ed inquietanti inquilini, ma non vado oltre, altrimenti lo spoiler è assicurato.
Se devo dirtela tutta, caro il mio Jean un difetto te lo devo scrivere ed è l’esiguità del tema. Sì il tema. Come te lo spiego cosa sia una tema? Cavolo, dovresti saperlo, eri uno scrittore. Il tema è quello che resta alla fine della lettura di un romanzo e che comincia a lavorare dopo che hai voltato l’ultima pagina, andando a scavarsi una nicchia all’interno della memoria del lettore. Sì, insomma, la morale della storia. Smettila di far muovere il tavolino accanto a me, ho capito che hai capito.
Qual è il tema di Malpertuis, “Mai stuzzicare il cane che dorme, soprattuto se dorme in una casa da horror”, o “Ma cosa ti dice la testa di andare sfruculiare il sovrannaturale”? Fattelo dire Jean, e non ti offendere, il tema è poverello ed il rischio serio è che il romanzo evaporerà a breve dalla mia memoria. Ma te lo saprò dire tra qualche anno, magari quando ci incontreremo nell’al di là, mangiando Madeleines intinte nel tea, insieme a qualche bel mostro dei tuoi.
Ti piaceva proprio distinguerti dagli altri scrittori ed essere weird fino al midollo, vero il mio caro Jean? Va bene che il modo in cui una storia propone la successione temporale degli avvenimenti, non sempre deve corrispondere al presunto svolgimento temporale ontologico. Va bene che il protagonista non debba per forza essere uno solo, ma tu francamente in Malpertuis ci ha dato davvero dentro. Mi è piaciuta l’idea di far partire la storia dal furto di uno scritto, che riporta i misteriosi accadimenti legati a Malpertuis. Libro nel libro. Fico.
Mi piacciono le costruzioni araldiche in abisso, quelle in cui dentro uno stemma c’è uno stemma, dentro il quale c’è uno stemma e così via. Mi ricordano “Otto e mezzo” di Fellini. Mi è piaciuto anche il fatto che il tuo romanzo sembri non avere un centro. È dedalico come la planimetria di Malpertuis stessa, una casa fatta di stanze autonome, che hanno senso non nella loro disposizione geometrica, ma dagli inquietanti personaggi che le abitano
Dì la verità, diabolico di un Jean, ti sei proprio divertito a darmi libri nel libro, raccontati da diversi personaggi. È come se mi avessi detto: «Le tessere adesso ce l’hai, ora divertiti a ricostruire il puzzle.» A metà della lettura ero però frastornato. Quello che un po’ mi affaticava nel viaggio era la dialogazione e la prosa e l’ho fatto sapere a Francesco su Facebook. Io: È davvero divertente, pur nelle tempistiche e dialogazione un po’ datate. Francesco: Sì gli anni che ha addosso si sentono. Però questo contribuisce all’atmosfera polverosa che lo contraddistingue 🙂 leggi leggi.
Ti piace “polveroso”, Jean? A me molto, perché dà proprio l’idea di Malpertuis: rovistare in una vecchia soffitta, per ricostruire una mappa ed arrivare ad una qualche porta che si apra sull’assurdo, anzi, sul weird. Ma quello che veramente mi hai lasciato, caro il mio Jean, è la scoperta di un genere che non conoscevo e che finalmente non mi fa sentire solo, perché anche io scrivo roba weird, visto che il mio ultimo romanzo parla di un operatore di call center che aiuta Dio a rimettere a posto il creato attraverso un software pieno di bug. Se non è weird questo… “Laddove lo scopo primario dell’horror è di spaventare il lettore, il weird è molto più trasversale: la paura non è necessariamente il sentimento fondamentale.
A farla da padrone spesso è la curiosità verso l’ignoto, il sense of wonder, il gusto per la meraviglia e la stranezza. Per dirla con una frase forse un po’ sciocca ma chiarificatrice: nel wired non tutti i mostri vengono per nuocere. Al punto che, quando il weird raggiunge le sue vette migliori, può essere al contempo horror, fantascienza e fantasy. Ivo Torello.
Quando leggevo il Joe Landsdale di “Drive In”, il Calvino del “La trilogia degli antenati” sentivo che mi mostravano la realtà attraverso le lenti della meraviglia, ma una meraviglia strana. Non è che anche loro sono weird? A Joe Landsdale chiedo io, ma a Calvino, caro il mio Jean, non è che chiedi tu? Dovrebbe essere dalle tue parti. Ti pare bello avermi fatto scoprire che sono weird in tutto e per tutto? Non so se me la so gestire questa cosa. Ed infatti adesso sto scrivendo usando due dei miei otto tentacoli e mi meraviglio di come tu non abbia scritto nulla su di me e non mi abbia messo in uno dei tuoi romanzi.
La mia mania di completezza tassonomica, che mi porto dagli studi filosofici passati sui grandi sistemi di pensiero, che sognano di ordinare tutto il mondo con meno tag possibili, mi imponeva la profondissima domanda: «Ma a chi cazzo assomiglia quello che scrivo?» Un fottuto spaesato che, alla sonata età di 45 anni, dopo anni di letture, spesso di polpettoni illeggibili, terminati per puro senso di cristiano martirio, scopre di adorare il genere wired di cui, a quanto mi dicono dalla regia, tu sei uno dei padri fondatori, ecco chi ho scoperto di essere per colpa tua.
Adesso comincia a quadrare tutto. È perché sono weird che adoro le serie televisive di Real Time come “Vite al limite”, “Io e la mia ossessione”, o “Body Bizarre”. Per tornare al tuo Malpertuis e chiudere questa riflessione schifosamente weird, caro il mio Jean, il tuo Malpertuis ha dei tocchi di Poe e l’ingenuità di un fumetto. Sarebbe perfetto in fumetto. Ho letto che ne hanno fatto un film, diretto da Harry Kümel, nel 1971, che è l’hanno della mia nascita. «Un caso? Non credo» direbbe Adam Kadmon.
Grazie Jean, Grazie Francesco di avermi aperto questa “strana” porta su me stesso. P.S. Che per caso anche Terry Pratchett o Douglas Adams sono weird? No, perché li adoro e allora ho pensato che… (sfumando).

Il grande dio Pan

Caro il mio Arthur Machen, diciamocelo tra di noi, ché tanto non ci legge nessuno, può capitare di avere dei disturbi sessuali. Non c’è niente da vergognarsi se il tuo, almeno in questo racconto, sia stata l’eiaculazione precoce. Fatti controllare la prostata.
 
Ah sei morto? Ops, gaffe.
 
Lo so che non ci conosciamo e non è affatto carino da parte mia intrallazzare su tue presunte défaillances sessuali. Please allow me to introduce myself, come canticchiava il buon Mick Jagger, in “Sympathy for the Devil”. E la citazione pietrarotolante non è a caso, visto che questo tuo racconto è impregnato di puzza di zolfo dell’antico serpente tentatore. Sono un lettore attualmente invischiato nella letteratura weird e sono inciampato sul tuo racconto “Il grande dio Pan” dopo aver letto “Malpertuis” di Jean Ray. Devo ammetterlo, satanasso del mio Arthur Machen, sai come corteggiarlo un lettore. Incipit come il tuo se ne leggono pochi.
 
Due scienziati più fuori di testa del Dott. Frankenstein e del Dott. Stranamore ubriachi insieme alla festa di fine anno del liceo, che effettuano un esperimento su una giovane donna, per attivarle una parte del cervello in grado di far sparire la barriera tra mondo spirituale e mondo materiale. Aspetta un attimo, questa cosa mi ricorda qualcosa. Ah sì la ghiandola pineale di cartesiana memoria. Vabbè ma chi se ne frega.
 
Dopo l’operazione, la poveretta riesce a vedere il dio Pan e l’orrore che ne prova le incasina la testa, come una scatola di fiammiferi agitati, al punto che la disgraziata finisce per diventare una crasi tra un tronchetto dell’infelicità ed un involtino primavera terrorizzato, costretta com’è a passare il resto dei suoi giorni a letto con gli occhi sbarrati del terrore e non per le trasmissioni di Barbara d’Urso. Wow. Sì, proprio wow. Così si inizia una storia. Please allow me to introduce Pan, per chi sta sbirciando questa nostra chiacchierata weird. Per te, caro il mio Arthur Machen, Pan è sì il vecchio buontempone del pantheon latino, quello che rappresentava la vitalità e l’unione con la natura ed il creato, ma ci hai messo quella spolverata di buio di divinità celtica “Nodens”, il Nume dell’Abisso, che lo ha reso la fototessera del diavolo cristiano.
 
Risultato? Un tenebroso in grado di far impazzire chi lo incontra, fino ad indurlo all’autodistruzione. Un po’ quello che desideri quando ti rendi conto che quel bastardo del venditore ti ha fatto firmare rate eterne per un’aspirapolvere inutile: autodistruzione! Hai fatto diventare Pan, da emblema del werid, cioè del contatto con la meraviglia e l’insolito, ad una specie di filo della corrente scoperto: chi lo tocca rimane fulminato e si riduce in cenere, dopo aver sofferto anzichenò.
 
Che finaccia. Chi te lo doveva dire, Povero Pan? Me lo ricordavo così allegro e sempre arrapato e tu, caro il mio Arthur Machen, l’hai dipinto incazzato e mortifero. Ma bene lo stesso, caro il mio Arthur Machen, l’hai reso un personaggio interessante, che non vedo l’ora di conoscere e tanto mi basta. Dopo l’incipit bum bum, dai la stura a delle ellissi narrative, dei salti temporali, che portano uno dei due scienziati ad avere a che fare con misteriose morti, tutte da attribuire, dai referti medici, a spaventi sovrumani subiti dalle vittime, peggio di quando ti arriva una cartella esattoriale da Equitalia. E da questo momento, nella partitura musicale del tuo racconto appare il basso giallo della storia d’investigazione, ma una detection un tantino annacquata, dato che mi hai fatto capire subito chi sia l’assassino e come hanno tirato le cuoia i poveri malcapitati.
 
Non mi resta che scoprire i dettagli, giusto per il gusto di completare il puzzle. Continuo a leggere con l’unico obbiettivo di vedere finalmente Pan, in “corna e ossa”, che non è comunque una robetta da tutti i giorni. Una volta ho visto Antonella Clerici dal vivo, ma non so se sia proprio la stessa cosa. E dai dai dai. Che cosa succede a vedere Pan dritto negli occhi, senza occhiali da saldatore? A quando l’esplosione nucleare? Dai fai morire di paura un po’ anche me, caro il mio Arthur Machen. E invece ecco il tuo problemino idraulico: l’eiaculazione precoce. In cambio della mia attenzione e del tempo passato a leggere, tu che come mi gratifichi? Mi spieghi che Pan non può essere descritto. Roba da strapparmi quei due capelli che mi sono rimasti in testa. Tanto rumore per nulla, per finire nella pozzanghera misera di uno spiegone. Simili forze non possono essere nominate, non possono essere descritte o discusse, né immaginate, se non celate da un velo a da un simbolo, un simbolo che appare a più come un’eccentrica fantasia poetica, e ad altri come una storia priva di senso.
 
Fonte: Christian Lamberti – http://www.christianlamberti.com/biblioteca-del-crocevia/recensioni/il-grande-dio-pan-di-arthur-machen/ E no, non si fa così, caro il mio Arthur Machen.
 
Capisco l’eiaculazione precoce, ma mica devo essere io a rimetterci. Che schizzo da prete. Ehi un attimo. Chi è quel tizio che mi sta fissando da dentro l’iPhone? Chi è quel tipetto scuro in volto, con le zampe da capra? Ehi cos’è questo friccico n’er core? L’ictus alla mie età non mi pare il caso. Avviso a chi mi vuole un tantino di bene e sta leggendo questa mia capriola insensata. Accorrete con un portacenere, che mi sa che di me tra un po’ non rimarrà che un mucchietto di cenere. Il senso civico e la raccolta differenziata prima di tutto.