Call Center

Uno dei luoghi di Reboot è un Call Center, un logo surreale fatto di lacrime, sudore e questionari di soddisfazione cliente.

Quello che colpisce immediatamente di un Call Center è il costante brusio di fondo che solo chi abita ai piedi delle cascate del Niagara può capire. È il brusio degli operatori stipati e aggrappati per anni al mantra «è un lavoro temporaneo».

Il Call Center è un trauma vero, un senso di fallimento assoluto, la fine di ogni illusione di libertà, ma anche un mondo abitato da persone persone bellissime, di tutti i generi e classi sociali, dal laureato in ingegneria, a quello in lettere.

Ma esistono due tipi di Call Center, quello inbound, cioè dove sono i clienti a chiamare, e quello outbound, dove è l’operatore che chiama i potenziali clienti e gli si aggrappa agli stinchi nel miraggio di qualche spicciolo a chiusura di contratto. Quest’ultimo è l’inferno vero. Una guerra di trincea a colpi di contratti telefonici della stessa comprensibilità del lineare B cretese, ai quali i clienti, disturbati nei momenti meno opportuni, rispondono con l’artiglieria pesante di vaffanculo volanti.

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Ogni piccolo gesto e condivisione del link può aumentare il bacino dei potenziali lettori e può avvicinarmi all’obiettivo di raggiungere le 200 copie di prevendite, grazie al quale «Tutti vogliono uccidere Dio» potrà uscir a riveder le stelle.

Il Bar degli Angeli

Il “Bar degli Angeli”, nonostante il nome è tutt’altro che angelico. Non vi si aggirano sostanze eteree ed esseri rarefatti, ma ben più prosaici pensionati scoreggioni, che si mettono in forze a colpi di cappuccini corretti al Mistrà, prima di andare a fissare gli operai dei lavori in corso.

Ci sono anche spacciatori in difficoltà nella vendita al dettaglio, per via della non perfetta padronanza della lingua italiana. Altri spacciatori sono invece in difficoltà, non per l’italiano, ma per la gestione delle entrate e delle uscite, perché alle elementari non sono mai stati ferratissimi in matematica.

Completano la fauna, una piccola mandria di vecchiette slotmachineaholic, che lasciano lì la pensione ogni ventotto del mese. Il bar è piccolo come gli scatti d’aumento dello stipendio di un impiegato di Call Center, ma occupa abusivamente il marciapiede e l’abusivismo è sanato, a quanto si dice, da una fornitura di colazioni e droghe leggere da parte del proprietario Zamfir Georgescu al vigile urbano di zona.

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Stefano Ribaldi degli Esposti

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Moltiplicare lo spazio

Della mia ossessione del tempo e come si innesti all’interno nel mio genere narrativo, ho parlato nel post precedente.

Oggi quindi non posso che parlare del tempo, perché come tutti sanno spazio e tempo sono due angoluature diverse da cui osservare il silenzio e anzi, per qualcuno, sono addirittura la stessa cosa e condividono un appartamento di 45 metri quadri a Trastevere.

Lo spazio in cui i miei personaggi era mia scrittura si muove è sempre quello euclideo, quello in cui due rette parallele non si toccano mai e all’infinito si ignorano e a mandano in giro maldicenze l’una sull’altra.

Lo spazio è un illusione. Quel bar ti sembra un bar normale, è invece nel retrobottega caspita una riunione di divinità minore dell’antica Roma, sopravvissute al passar del tempo.

Quell’altro ti sembra un normalissimo e banalissimo monolocale? Invece è l’abitazione di Dio.

Cosa vuol dire? Niente di che, se non che nulla è come appare, in primis lo spazio e che se aguzzi lo sguardo, ti si aprono mondi inaspettati disseminati di personaggi inediti, che andrò a trattare nel prossimo post.

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Il mio rapporto con la scrittura

Qual è il mio rapporto con la scrittura?


Scrivere, per me, è una malattia e la sua stessa cura.


È una malattia perché è un disturbo che porta ad allontanarsi dalla vita, per pensarla, invece che viverla. È uno sforzo inesauribile di raccogliere i cocci per tenere in piedi il vaso traballante del senso, uno sforzo che forse solo il buon Sisifo può capire.


Perché allora continuo a farlo, se è così faticoso? Perché scrivere è anche la cura a quel disturbo. È una via d’uscita, insieme all’arte in generale, dall’insostenibile pesantezza del rumore, miserabile acufene, dell’insoddisfazione latente e continua.


È attività terapeutica che mi aiuta a guardarmi da fuori, senza prendermi sul serio, decostruendomi e distruggendomi, per poi ricostruirmi. La parola greca per descrivere quest’attività di distruzione è «ironia». Senza questa inesauribile demolizione-ricostruzione, non mi rimarrebbe altro che prendermi sul serio e quello sarebbe il vero inferno.


Non esiste scrittura senza ironia. La scrittura è fatta della stessa sostanza della risata. Ridere, come scrivere, o come la bellezza in generale, mi fa guardare la vita da un’ottava più alta. Hai presente la tastiera del pianoforte? Do, re, mi, fa, sol, la, si e poi… di nuovo do, ma un’ottava più in alto? Ecco per me scrivere è fare continui salti di ottava a ritmo di grammatica.


Ultimamente ho sempre più l’impressione che, più che scrivere, io venga scritto. Lo so, non ha senso, ma ci hai fatto caso come iniziavano i proemi dei poemi greci? «Cantami, o diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli achei…» e non «Occhio, attenzione tutti, adesso vi racconto la storia dell’incazzatura di Achille». I poeti greci non scrivevano inventando, ma scrivevano dopo aver ascoltato dalla divinità. Qualcosa vorrà pur dire, no?

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Tempo al tempo

Assodato ormai nei post precedenti che il mio genere narrativo è il distopico ontologico, ho scoperto un’altra cosa sulla mia scrittura. È per questo che uso d’altronde che uso i social, come un diario. L’idea è di arrivare a liberarmi degli strati del mio ego per andare a veder cosa rimane e lo faccio lasciando tracce attraverso scritti, video e riflessioni. Rileggendomi ho le idee più chiare da dove vengo e se stia andando in qualche direzione e le tue opinioni mi possono aiutare tantissimo, perché siamo animali sociali.

Come sempre mi stavo perdendo nelle mie elucubrazioni. La mia scrittura, dicevo, gira sempre attorno all’ossessione del tempo. Ora che ci penso, anche la mia tesi di laurea in filosofia trattava del tempo come radice e liquido amniotico in cui nasce e si sviluppa la coscienza. Tranquillo non ti attacco adesso un pippone filosofico, ma un po’ di tempo al tempo lo devo dedicare. 

Immaginiamo che il tempo esista. Sì immaginiamo, perché il tempo mica l’ha mai visto nessuno. Al massimo hai visto lancette di orologi che girano, o granelli di sabbia cadere in una clessidra, o persone invecchiate, ma il tempo vero e proprio no.

Puoi rappresentare il tempo come un vettore, che abbia quindi una direzione. Tutti gli eventi che sono accaduti, accadono e accadranno nell’universo puoi rappresentarli come dei punti sul vettore. Questo vettore ha una sola direzione e quindi non può essere percorso al contrario.

Quando narro una storia, creo un vettore scegliendo di metterci sopra solo alcuni eventi e di tralasciarne altri, seguendo il principio di causa-effetto, vale a dire che ogni evento è effetto di quello che lo precede e causa di quello che lo segue.

E qui viene il bello della scrittura. Quando scrivo questo vettore lo percorre nella direzione che decidi io. Posso tornare indietro, fermarmi, riprendere la direzione, decidere di iniziare dalla fine, per poi ripercorrere tutta la strada.

È una sensazione che penso possa aver provato Dio, o chi ne fa le veci, quando a creato l’universo.

Un altro motivo per cui il tempo è fondamentale nel mio modo di scrivere lo puoi rintracciare nelle «Lezioni americane» di Calvino. La rapidità! Rapidità nell’andare dritto al punto, e rapidità nelle prosa, fatta di periodi il più brevi possibili, perché chi usa 500 parole per descrivere ciò per cui ne basterebbero 400, è in grado di qualsiasi crimine contro l’umanità.

Ma non esiste spazio senza tempo direbbe il buon Einstein e se lo diceva lui sarà pur vero, quindi nel prossimo post daremo una sbirciatina al tempo nel mio stile di scrittura.

Dai un’occhiata al link: «Tutti vogliono uccidere Dio» su Bookabook.

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E se lo dice Hulk…

Annamo un po’. La vuoi alzare questa percentuale di preacquisti o mi devi far diventare verde di rabbia?

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Ispirazione di «Tutti vogliono uccidere Dio»

Mi è stato chiesto da Bookabook da quali autori ho tratto ispirazione per scrivere «Tutti vogliono uccidere Dio». Domanda da millemila soldi, ma sopratutto angosciante quanto «Vuoi più bene a mamma o a papà?». 

La certezza è di lasciare sicuramente fuori qualcuno dalla lista, ma chi se ne importa?

Sicuramente Franz Kafka e Lewis Carrol per la loro capacità di indicare come «normalità» sia un termine autoreferenziale, cioè che indica solo la sequenza di lettere di cui è composta, senza aver un riferimento duraturo e comunicabile agli altri nell’esperienza quotidiana. Da loro ho imparato che un giorno ti svegli e tutto quello che ti è sempre sembrato normale ti si sfalda tra le mani e non c’è verso di ripararlo, perché la realtà da quel momento ti colerà per sempre tra le mani. Questo se ti dice bene, perché se ti dice male ti risvegli e… sei uno scarafaggio!

Da François Rabelais ho imparato a ridere sempre e comunque di fronte all’enormità dell’esistenza, che è talmente gigantesca da non poter mai essere scalata se non ti fai gigante pantagruelico, bulimico divoratore di vita.

Infine Jonathan Swift e Daniel Defoe, autori de «I fantastici viaggi di Gulliver» e de «Le avventure di Robinson Crusoe», per avermi insegnato il gusto degli esperimenti sociologici mentali, cioè del mettere i personaggi in situazioni che stravolgono la loro vita consolidata, per mostrarci tutta la relatività di ogni momento storico-sociale.

A tutti gli autori che si sentono ingiustamente esclusi da questa lista consiglio di contattare il mio legale per eventuali querele.

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Benvenuto al distopico ontologico

Nei post precedenti, alla ricerca del mio genere, che dovrebbe essere lo strano «distopico ontologico» ho escluso sia il distopico puro, che l’ontologico. Non mi restava che cercare se esistesse un genere strano. Ero sfiduciato e invece esiste eccome si chiama «letteratura weird».

È arrivato il momento di mettere insieme tutte le ricerche dei post precedenti sulla ricerca del mio genere narrativo.

È un po’ distopico perché racconto una realtà immaginaria. È ontologico perché mi piace mostrare che la vera natura delle cose è diversa da come crediamo che sia. È weird perché non posso fare a meno di vedere il mondo sottosopra.

Non aspettarti quindi descrizioni ombelicali della psicologia dei personaggi nei miei romanzi, non che non piaccia chi lo fa, ho adorato «À rebours di Karl Huysmans», in cui il protagonista si immerge nei propri ricordi e si abbandona alla corrente di pensieri partoriti dalla sua mente isterica e inquieta, solo che non mi viene proprio naturale.

A questo credo vada aggiunto la mia formazione professionale, cioè la sceneggiatura. Avendo scritto per anni per l’audio visivo, la mia scrittura si è inzuppata di immagini. In una sceneggiatura non si accede al pensiero dei personaggi, che sono per lo più corpo ed azioni e non pensieri. In una son esiste la terza libera indiretta, cioè il «egli pensava che…», a meno che non si usi la voce fuori campo, espediente che odio visceralmente, perché la ritengo una paraculata scorretta, tranne che in pochi rarissimi casi. 

In poche parole, credo di poter affermare che la mia scrittura sia rapida e visiva come una sceneggiatura, ma non c’è rapidità che non sgorghi da una determinata idea del tempo ed è questo che proverò ad affrontare nel prossimo post.

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